Memorie di viandanti senza meta

Appunti di viaggi più o meno reali nella tragica comicità della vita quotidiana. L'unico obiettivo è ricercare sé stessi scoprendo le proprie radici. Benvenuti viaggiatori d'ogni dove!
sabato, 17 gennaio 2009

Non è sufficiente godere della bellezza di un giardino? Che bisogno c'è di credere che nasconda delle fate?




La nebbia padana è molto bassa, inumidisce gli animi, offusca i pensieri e, alle volte, rallenta i ragionamenti. E' così che nel giro di un paio di giorni mi sono perso una cattiva, cattivissima notizia: "Dio non esiste", riassumendola in tre magnifiche parole. in realtà già da un po' di tempo ne ero convinto e, bonariamente, cercavo di convincere anche le persone a me più vicine. Qualche giorno fa scopro che l'UAAR (Unione degli Atei ed Agnostici Razionalisti) si è autotassato per poter acquistare uno spazio pubblicitario sugli autobus urbani di Genova (così come è stato già fatto a Barcellona e Washington e come si farà a breve a Saragozza, Bilbao, Siviglia, Madrid e Valencia). Mi è tornato il sorriso, ho pensato tra me e me che, forse, un briciolo di laicità in questo pseudo-stato ecclesiale ancora esiste e persiste. Poi, per incanto, qualche passaggio sui telegiornali, qualche immagine ed articoletto su internet e, sorpresa, 'Dio non esiste', rifiutata la pubblicità. Niente slogan ateo sugli autobus', apprendo dai giornali di ieri... Che delusione, che grossa grossissima delusione. Ancor più grossa una volta letta la motivazione del rifiuto: "Il messaggio della campagna dell'Unione atei, razionalisti ed agnostici (Uaar) "La cattiva notizia è che Dio non esiste. Quella buona è che non ne hai bisogno", non rispetterebbe il Codice di autodisciplina pubblicitaria perchè "lesivo delle convinzioni religiose delle persone" e per questo non sono stati concessi gli spazi sugli autobus dell'Amt di Genova." E ancora: "Il messaggio è stato considerato lesivo del combinato di due punti, gli articoli 10 e 46 del Codice. Il primo riguarda le "Convinzioni morali, civili e religiose e la dignità delle persone" che non devono essere offese ed il secondo porta il titolo di "Appelli al pubblico", rafforzando il precedente. "Abbiamo usato la procedura che seguiamo di solito per casi di questo genere. Il messaggio era troppo forte e non ce la siamo sentita. Dobbiamo avere la massima attenzione, visto poi che gestiamo spazi altrui", ha concluso Arlati. Ancora una volta perdiamo una grossa occasione. Ancora una volta dimostriamo come "in Italia si può liberamente ragionare su ogni credo religioso ma non sull’ateismo, considerato alla stregua, se non peggio, della pornografia, mentre i credenti vengono considerati come bambini incapaci di accostarsi liberamente e convintamente alla loro fede, qualunque essa sia” (come ben dice Pia Locatelli, capodelegazione del Ps a Strasburgo e presidente dell’Internazionale socialista delle donne).


Di recente ho letto un libro bellissimo, meravigliosamente scritto da Richard Dawkins, straordinario etologo, biologo e divulgatore scientifico britannico. Il titolo? L'illusione di Dio (The God Delusion, 2006), dal quale cito: Senza la religione staremmo tutti meglio. Saremmo liberi di esultare per il privilegio che abbiamo di essere nati, grati di vivere una vita, questa, terrena, abbandonando il presuntuoso desiderio di averne una seconda, eterna, nell'aldilà. Io mi ci ritrovo in pieno, e voi?

P.S.
Il titolo del blog è tratto dalla
La guida galattica per gli autostoppisti di Douglas Adams.


postato da andreafe alle ore gennaio 17, 2009 12:14 | Permalink | commenti (7) / commenti (7) (pop-up)
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martedì, 22 luglio 2008

Come l'Araba Fenice...

Lo scorso anno, più o meno di questi tempi, fu vittima di un incendio (doloso?) che compromise parte significativa del suo patrimonio ambientale, di inestimabile valore ecologico in una zona ormai irrimediabilmente deturpata dall'aggressione antropica. La riserva di Torre Guaceto, sul litorale brindisino, continua a stupire. Pubblico volentieri dall'edizione barese di Repubblica questo interessantissimo articolo.

Capanne preistoriche a Torre Guaceto

Scoperto un villaggio dell´età del Bronzo poi distrutto da un incendio
di Titti Tummino



Abitavano sull´estremità del promontorio di Torre Guaceto, prima che il lembo di terra si staccasse dalla costa per diventare gli odierni Scogli di Apani; vivevano in un villaggio organizzato, costituito da capanne, protetto da una struttura muraria e dotato di una rudimentale viabilità; si dedicavano alla caccia e alla pesca, ma realizzavano anche manufatti in argilla, osso, selce e pietra. Una realtà risalente a due millenni prima di Cristo che oggi sta clamorosamente venendo alla luce, grazie alla campagna di scavi avviata dall´Università del Salento.
Torre Guaceto non finisce di sorprendere. Non solo oasi fra terra e mare, paradiso e rifugio sicuro per tartarughe caretta caretta, folaghe, germani reali e aironi, che dal mare blu-turchese scivola oltre le dune, attraverso la macchia mediterranea e le paludi, fino ad un uliveto secolare. La riserva naturale statale nel territorio di Carovigno è anche uno scrigno di tesori che racconta le dinamiche di popolamento lungo la fascia costiera adriatica della Puglia centro-meridionale già nella Preistoria.
È partita il 30 giugno la prima campagna di indagini archeologiche agli Scogli di Apani nel territorio dell´oasi, affidata al Dipartimento di beni culturali dell´ateneo salentino in collaborazione con il Consorzio di gestione della riserva, naturalmente con il via libera del ministero per i Beni culturali e della Soprintendenza archeologica della Puglia. Le ricerche, che si concluderanno il 2 agosto, sono dirette da Riccardo Guglielmino, docente di Archeologia e antichità egee, e coordinate da Teodoro Scarano della Scuola superiore Isufi. A metà dell´indagine, gli Scogli di Apani, estesi per complessivi due ettari e posti a 400 metri dalla costa della riserva, stanno svelando segreti custoditi sin dalla notte dei tempi.
«Le prospezioni condotte sugli isolotti - spiega il professor Guglielmino - hanno confermato le segnalazioni relative alla presenza di depositi antropici di epoca protostorica e quindi suggerito la necessità di avviare indagini archeologiche, utili alla valutazione della consistenza e della qualità degli stessi depositi, specie nelle aree sottoposte all´azione erosiva degli agenti meteo-marini». Gli studi di carattere paleoambientale appena intrapresi indicano un livello del mare 3-4 metri inferiore rispetto a quello attuale, una particolarità che porta gli studiosi a ritenere che gli Scogli di Apani siano stati nel lontano passato l´estremità di un promontorio. «Lo scavo in corso sul maggiore degli Scogli - racconta l´archeologo - riguarda due differenti aree per un´estensione complessiva di circa 60 metri quadri. Finora abbiamo potuto accertare, al di sotto di esigui livelli di frequentazione tardo-imperiale romana, la presenza di strutture e materiali riferibili ad un villaggio databile ad una fase avanzata del Bronzo Medio, in pratica intorno alla metà del II millennio a.C.».
Le tracce del villaggio di capanne sono evidenziate dal ritrovamento di abbondanti resti di intonaco delle pareti e da numerosi contenitori ceramici a impasto frammentati sui piani pavimentali. Intorno al villaggio, gli indizi di un´organizzazione complessa, con percorsi ad acciottolato ancora da indagare e i resti di una struttura muraria in pietrame a secco, costruita dal lato terra, presumibilmente a difesa dell´abitato. Un insediamento abitativo organizzato e attrezzato, che un furioso incendio cancellò dal giorno alla notte. «Le capanne - spiega ancora il professor Gugliemino - al cui interno abbiamo rinvenuto manufatti in argilla, osso, selce e pietre dure, locali e non, sono state distrutte dalle fiamme. Gli effetti del rogo sono evidenti: la cottura dell´intonaco delle pareti, all´origine di argilla cruda, la presenza di elementi vegetali carbonizzati e la ricottura e deformazione di alcuni contenitori ceramici».
La campagna di scavi in corso, supportata dall´assessorato comunale alla Cultura di Carovigno, rientra nel programma di ricerche archeologiche terrestri e subacquee che il Dipartimento di beni culturali dell´Università del Salento ha avviato da due anni nella riserva di Torre Guaceto, nell´ambito di un più ampio progetto di archeologia del paesaggio costiero diretto da Cosimo Pagliara, docente di Antichità greche: quali altri misteri svelerà la riserva?
 
(19 luglio 2008)

Ecco, in un'immagine della rete, lo Scoglio Grande di Apani (un click per sapere dove si trova...)
postato da andreafe alle ore luglio 22, 2008 10:23 | Permalink | commenti (2) / commenti (2) (pop-up)
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martedì, 15 aprile 2008

Commedia all'italiana...

Torna a grande richiesta la Commedia all'Italiana. Novità negli attori non protagonisti: la Sinistra ExParlamentare. Silvio dirige nuovamente l'armata Brancaleone confidando in un ricco cast di Soliti Ignoti (o ignobili, a seconda dei gusti). Walter nel ruolo di antagonista buono, l'Umberto in quello di Lazzaro..ne risorto. Alla regia più della metà del popolo italiano... Ci sarà da ridere... Consigliato alle famiglie e a coloro cui piace ingoiare la pillola mensile senza pensarci su troppo. Sconsigliato ai deboli di cuore e agli ex comunisti. C'è il rischio di rimetterci la salute...



Ecco alcune anticipazioni e recensioni sulla stampa di Spagna (1 e 2), Francia e Gran Bretagna (quest'ultima è spassosissima). Un successo planetario....
venerdì, 04 aprile 2008

...Dinosauri a Ceglie?...

E' una storia che ha qualche milione di anni. Bisogna saper contare indietro nel tempo con notevole sforzo di ingegno e fantasia. Il tempo geologico fa questi scherzi. Immaginiamo di trovarci alle Bahamas, o lungo le coste del Golfo Persico... Sono cartoline da sogno, luoghi esotici che tutto vorremmo visitare almeno una volta nella vita... Eppure tutto questo esotismo era di casa nella Puglia del Cretaceo Superiore (un range temporale che va da 97 a circa 65 milioni di anni)... C'era tutto il tempo di costruire e godere di resort turistici
lungo le nostre coste. Peccato noi non ci fossimo ancora. Saremmo comparsi solo molto tempo  dopo....per fortuna...



Bene, la Piattaforma Apula (questo il nome "tecnico" che noi geologi diamo a tale elemento paleogeografico) era un insieme di "blocchi" di terraferma con lussureggiante vegetazione tropicale orlati da bracci di mare poco profondi (le chiazze azzurre che circondano le Bahamas nella foto sopra ne danno un'idea verosimile). E tale rimase l'assetto fisiografico della futura Puglia per "lungo" tempo, milioni e milioni di anni. Tecnicamente era proprio una piattaforma di tipo bahamiano... C'è chi sostiene che tutti questi isolotti fossero comunicanti tra loro attraverso brevi e stretti istmi di terra; chi li considera completamente autonomi ed isolati. Isolati ma non spopolati.. Accanto alla rigogliosa flora tropicale vi era un coacervo di vita, specialmente nei mari. Qualche "terribile lucertola" zompettava, invece, allegramente nell'interno degli isolotti, spadroneggiando e godendo di privilegi alimentari di una catena trofica tutto sommato abbastanza limitata (l'isolamento notoriamente è un limite alle risorse trofiche delle piramidi alimentari, specie per individui di taglia maggiore). Le Murge sudorientali, che oggi dominano le piane salentine digradando verso di esse con terrazzi di varia quota (testimonianza delle variazioni millenarie del livello medio del mare), erano dunque un vero paradiso della biodiversità. Come facciamo a dirlo? Ce lo raccontano le rocce, quelle "pietre calcaree" che hanno reso nota la nostra regione come la "Petrosa Puglia" e che costituiscono il materiale edile per eccellenza. La pietra di Trani, la pietra Leccese, le pietre "bucherellate" delle nostre zone, sono tutte state impiegate fin dal tempo dei Messapi (e ancor prima) per la costruzione di Mura, Tombe, Menhir, Dolmen, oltre che templi (prima pagani e poi cristiani) ed edifici d'uso civile. Eppure dentro quelle rocce c'è tutta la nostra personalissima storia. Una storia che a Ceglie ha un'epoca precisa, ed è il Cretaceo Superiore (a voler essere precisi restringeremmo al periodo Turoniano-Maastrichtiano). Chi conosce le campagne cegliesi sa che spietrare i grossi appezzamenti di terreno è un lavoro duro, durissimo. Le "pietre" sono ovunque, sparse e faticose da trasportare. Alcune hanno forme curiose, strani "buchi". Altre sono chiazzate, maculate. Sono brandelli di scogliere, di zone che un tempo (il Cretaceo Superiore, appunto) punteggiavano le coste degli isolotti dove maggiore era il dinamismo del mare. Queste scogliere erano "edificate" dalle Rudiste, abbondanti all'epoca come oggi possono esserlo mitili & Co. Con la sola differenza che esse morirono assieme ai dinosauri ed oggi, ahimè, siamo privati del piacere di trovarle in un buon piatto di spaghetti allo scoglio... Hanno forme varie, allungate, alcune a corno, altre più tozze. La Strada dei Colli della vicina Ostuni ne preserva esemplari decimetrici,  così come la volta della Grotta di Montevicoli ne mostra qualche bell'esemplare. Erano incrostanti e costruivano, vivendo in colonie ravvicinate, impalcature resistenti al moto ondoso. Laddove il mare era più tranquillo, meno agitato, vivevano pesci. Gradivano sia la vita nei mari aperti che la tranquillità dei fondali sabbiosi, una sabbia calcarea molto fine, che ha prodotto quelle belle rocce biancastre (meglio visibili nelle cave) molto usate nell'edilizia. La fossilizzazione è un'evento fortuito, si badi, per cui il ritrovamento di pesci fossili gode evidentemente del carattere d'eccezionalità. Tuttavia, nelle suddette lastre calcaree si rinvengono, con molta frequenza, dei noduli di vario colore (tipicamente nocciola o rossastro, nelle nostre zone). Tali noduli sono di selce (una roccia sedimentaria fatta di silice che può formarsi in condizioni e modalità differenti) e derivano talora dalla decomposizione di materiale organico (per esempio pesci...). Quando ciò accade ecco venir alla luce resti di ittiofauna (celebre è ad esempio la "Pesciaia di Bolca", nell'alto veronese)....A questo punto la nostra storia diventa più chiara, abbandona le vie prolisse e confusionarie delle righe di cui sopra e si concentra maggiormente su una contrada cegliese... Ci accompagna (virtualmente) nel viaggio Nicola Marinosci, del Centro Documentazione Grotte di Martina Franca. E ci racconta di questa storia in un articolo apparso sul bollettino del Centro martinese di qualche anno fa: "Sul rinvenimento di calcari ittiolitici e di una probabile impronta di dinosauro teropode del Cretaceo Superiore in località Donna Lucrezia a Ceglie Messapica (Brindisi)". Il dono della sintesi scientifica sta tutto nel titolo. Potrei smettere di raccontare e sono più che sicuro che il resto della
faccenda sarebbe chiaro...
Ma andiamo avanti ugualmente. Siamo dunque intorno alla Masseria Donna Lucrezia, in prossimità della provinciale Ceglie-Villa Castelli. E' un sito magico, questo, di frequentazioni continue. Dagli insediamenti paleolitici di 100.000 anni fa (con annessa autentica "industria della selce", sì la selce di cui sopra...) ai grandi cavalieri messapici costruttori di Specchie e di Paretoni. Ma molto tempo prima (nel solito Cretaceo Superiore) a Donna Lucrezia c'era un bel mare popolato di pesci Clupeidi (il "pesce azzurro", foto in alto a sinistra) Dercetidi (un individuo isolato è nella foto in basso) e qualche piccola tartaruga marina (foto in alto a destra). Non ci credete?



Ecco cosa ha trovato Marinosci nel marzo del 1996 "durante esplorazioni finalizzate alla ricerca e alla documentazione di nuovi ambienti ipogei": "Le lastre calcareo-selciose rivelarono dunque, ad una prima osservazione, la presenza sulla loro superficie di impronte di pesci insieme ad altre forme fossilizzate che provenivano certamente da un mare oramai scomparso e che si erano conservati solo grazie a particolari condizioni e a complessi processi chimici...In seguito, ricerche più accurate nella zona portarono alla scoperta di nuovi fossili. L'elenco comprende pesci appartenenti ad ordini primitivi, piccoli granchi, molluschi,bivalvi, gasteropodi di scogliera (nerinee), spugne calcaree ed i resti di un rettile. Si tratta delle vertebre costali e del piastrone appartenuti ad una piccola tartaruga marina che probabilmente morì non lontano dalla spiaggia dove era nata." E ancora: "I pesci rinvenuti a Donna Lucrezia appartengono all'ittiofauna tipica del Cretaceo superiore, la classe di appartenenza è quella dei Teleostei o pesci ossei. Gli ordini rappresentati sono quasi esclusivamente i Clupeiformi ed i Dercetiformi. Nel primo ordine si distingue la famiglia dei Clupeidi.Si tratta di pesci di dimensioni medio-piccole caratterizzati dall'abitudine di vivere a banchi cibandosi prevalentemente di  plancton e più raramente mangiano pesci più piccoli. Il loro habitat può essere sia la zona in prossimità del fondo marino che quello a pelo d'acqua. Prediligono frequentare il mare aperto. Forme caratteristiche attualmente viventi sono l'Aringa e la Sardina. I Dercetiformi, invece, sono un ordine che comprendeva formidabili pesci carnivori... predatori dal rapido scatto che avevano un lungo corpo affusolato e un grande sviluppo dell'osso premascellare che assumeva la forma di un lungo rostro atto ad infilzare le prede.,. Gli esemplari rinvenuti a Donna Lucrezia si distinguono per avere un rostro meno allungato e una serie di denti acuminati nella bocca. Alcuni Dercetidi rinvenuti presentano ancora nella regione addominale le loro prede costituite da piccoli Clupeidi inghiottiti per intero.Tra i pesci sono presenti anche esemplari non completi appartenenti probabilmente ad altri ordini dei Teleostei." Insomma c'era abbastanza pesce da rendere proficua l'apertura e l'attività di una pescheria..
Ma veniamo al pezzo da novanta (foto sotto) delle scoperte del Marinosci: la presunta orma tridattila di un teropode (presumibilmente un Ceratosauridae o un Coelurosauria di piccole dimensioni).


Riprendiamo le fila del resoconto dell'autore: "Una scoperta fatta a Donna Lucrezia potrebbe avvalorare il quadro paleoambientale fin qui delineato [il Marinosci si riferisce agli arcipelaghi di isolotti collegati da istmi di terra di cui si è fatta menzione sopra]. Qui, su un masso erratico di piccole dimensioni che doveva essere parte di una paleosuperficie è possibile notare la probabile impronta tridattila,lunga 12 cm e larga 7 cm, di un teropode o dinosauro carnivoro. L'attribuzione ad un'orma dei segni rilevabili sulla pietra necessita ovviamente una conferma scientifica. Aspettiamo, dunque, il pronunciamento degli esperti di icnologia fossile [branca della paleontologia che studia le orme fossili e ne deduce le caratteristiche e gli ambienti di vita degli organismi che le hanno lasciate] che hanno, nel frattempo, preso in esame il reperto. La presunta impronta dovette lasciarla il dinosauro con la sua zampa posteriore nella fanghiglia fresca mentre camminava su una paleospiaggia alla ricerca di pesci da predare. Purtroppo lo sconvolgimento della paleosuperficie, a causa del diffuso spietramento messo in atto nella zona nel recente passato, non permette di rivelare l'esistenza una pista cioè il ritrovamento di almeno tre impronte in sequenza appartenenti allo stesso individuo. Trattandosi del rinvenimento di una impronta unica non possiamo fare confronti attendibili con le orme di piccoli teropodi rinvenute nelle altre "isole" dell'Arcipelago europeo. Sappiamo che in Istria, un'area che faceva parte della piattaforma adriatica nel Cretaceo, è stata ottenuta la dimensione media delle orme della zampa posteriore di un teropode del Cenomaniano sulla base di un campione di oltre 350 esemplari. La dimensione media della lunghezza è risultata 20cm, mentre la larghezza è 10 cm. Rapportando questo dato con quell'unica orma che conosciamo per Donna Lucrezia, possiamo solo azzardare che è stata lasciata da un dinosauro più piccolo oppure da un giovane individuo". Ce n'è abbastanza da scomodare professoroni, non trovate? Per me (modestamente... dell'ambiente" ) una scoperta del genere ha il carattere dell'eccezionalità e della necessità di approfondimento.. E infatti ecco le Conclusioni del Marinosci:
"Gli ittioliti ritrovati sono stati consegnati alla Soprintendenza ai Beni Archeologici della Puglia. Una parte delle lastre fossilifere è stata sistemata a vista su un pannello allestito presso il Centro di Documentazione Archeologica della città di Ceglie Messapica, così che possa costituire un'arricchimento scientifico e culturale non solo per gli studiosi e per gli appassionati ma anche per il pubblico in genere. Le testimonianze fossili di Donna Lucrezia possono dare un piccolo contributo alla conoscenza della vita succedutasi nelle ere passate, infatti non è da escludere che tra gli esemplari rinvenuti ci siano specie non ancora classificate dai paleontologi. Inoltre, il ritrovamento delle orme fossili, perchè sicuramente altre ce
ne saranno oltre quella riconosciuta
, ci conferma che il territorio del Salento nel Cretaceo superiore era emerso in alcuni punti ed era testimone della dinamica evolutiva di alcune forme viventi, tra le più straordinarie comparse sulla Terra, che da li a poco si sarebbero estinte
.
"
Lungimirante, il Marinosci, ma troppo fiducioso della "sensibilità" altrui. E' vero, molte lastre fossilifere fanno bella mostra nel nostro Centro di Documentazione Archeologica, ma dell'orma tridattila che ne è stato? Ce lo dice un articoletto di PugliaPress del 07/12/2006
Insomma "L’esposizione permanente dell’impronta di dinosauro, arricchita da pannelli didattici esplicativi, avrebbe da sola attirato migliaia di visitatori sul Museo di Palazzo Ducale..". E allora io chiedo, che fine ha fatto l'orma tridattila? Saremo anche noi così miopi da lasciarci sfuggire una simile occasione? Spero di sbagliarmi, così come spero che in realtà l'orma sia custodita già presso il nostro museo (che non visito da un anno e mezzo circa). E qualora così fosse, cosa aspettiamo a dargli giusta pubblicità, ad avvalorare la ricchezza naturale che essa rappresenta?

Andrea Suma
sabato, 12 gennaio 2008

Napule è mille culur...

"Napule è mille culur..." cantava Pino Daniele un po' di tempo fa... Oggi le parole di quella sua bellissima canzone ben descriverebbero i cumuli di sporcizia che occupano le strade campane. Colorate dai sacchetti bianchi, blu, rossi... un arcobaleno di "munnezz"...
Molti cronisti e commentatori hanno sprecato fiumi di inchiostro ad analizzare l'odierna situazione partenopea. Ho scelto gli interventi di Giorgio Bocca e Roberto Saviano. Sono forse quelli che meglio inquadrano il problema e ne riconoscono i confini e le pesanti responsabilità.



Napoli maledetta

di Giorgio Bocca
La spazzatura è l'emblema di una città senza regole. E di una cultura dell'illegalità che rischia di travolgerci tutti

Nel gennaio 2006 quando uscì da Feltrinelli il mio 'Napoli siamo noi', un noto scrittore partenopeo scrisse che ero "una vecchia sciarpa littoria carica di nostalgie" e il direttore del 'Mattino' rincarò la dose degli insulti e Raffaele La Capria scrisse che mi ero "troppo sprofondato nella mentalità piccolo settentrionale". Ma a sprofondare è stata in questi giorni Napoli sotto l'immondizia, e il fatto che sia sprofondata come due o quattro anni fa, fa giustizia di queste difese d'ufficio di Napoli vittima del nord egoista. Nelle interviste tv ai napoletani che impediscono la riapertura delle discariche di Pianura si è ancora sentito qualcuno dire che "le immondizie ce le mandano giù i settentrionali", ma anche un bambino sa che le cose stanno diversamente. Napoli, la Napoli della povertà, è diventata come le altre città italiane un luogo di consumismo moderno intensissimo e senza regole e non ha saputo o potuto fargli fronte, lo ha subito come una slavina che tutto copre e soffoca. Vizi antichi spesso pittoreschi e tollerabili accumulandosi sono diventati intollerabili, la mitica armonia napoletana fra la natura stupenda e la città 'intelligente' pronta agli adattamenti e ai rimedi, si è arresa di fronte alla colata incontenibile dei rifiuti e delle confezioni.
La tolleranza totale che torna fra le cause del disastro non è una novità. Parlare di tolleranza zero a Napoli è ignorare la storia. A palazzo di giustizia, quando arrivò da Palmi il procuratore Agostino Cordova si vendevano sigarette, registrazioni di film, magliette d'autore contraffatte: era il mercato nel tempio. Cordova lo spazzò via, e non glielo hanno perdonato. L'igiene a Napoli nei secoli era sconosciuta, si cuocevano i maccheroni per strada, la pizza nei sottoscala. Tutto abusivo, tutto liberamente venduto: per anni in centro si è tenuto il famoso mercatino della merce rubata nei depositi americani, non era una vergogna, ma un'attrattiva locale. Oggi si vendono dovunque borse griffate e programmi informatici, registrazioni di film e tutti lavorano tranquillamente in nero. Napoli è l'unica città dove anche l'artigianato più rispettabile, come il presepe, è prodotto in nero. È la città dove i politici rei confessi di corruzione non solo vengono perdonati, ma tornano al potere. Ma fu per questo che intitolai il mio saggio 'Napoli siamo noi': perché anche da noi, in tutta Italia, i condannati per violenza o truffa politica, i deputati o i ministri ladroni, sono stati riammessi nelle direzioni dei partiti o nei pubblici uffici. A Napoli la faccenda era più spavalda, regnava a Napoli negli anni Novanta il ministro Cirino Pomicino. Costui, l'11 marzo 1990, si presentò con un seguito di amici alla sede della Rai e annunciò festosamente: "Guaglio', mo' trasimme tutti quanti, la Rai è di tutti, non è vero?", per vedere una partita di calcio del Napoli.
I napoletani non sono tutti camorristi, ma hanno fatto proprio il linguaggio camorrista. Nelle intercettazioni della polizia ricorrono linguaggi cifrati: "Mi mandi venti chili di mele", "passi dal mio segretario per quantificare", "mi scusi se l'hanno già disturbata, ma adesso tocca a me". Un deputato dei Ds, Isaia Sales, ha scritto di questo costume napoletano: "Il potere politico è diventato il regolatore quasi assoluto della vita sociale ed economica di grandi aree, le sue regole sono diventate le regole dell'economia, qualcosa di simile a ciò che accade nei paesi dell'est". A Napoli è possibile tutto: lo psichiatra Ceravolo ha inventato una maglietta con su stampata una finta cintura di sicurezza, e assicura di averne vendute molte. Ma non facciamoci illusioni: Napoli ormai siamo noi, i nostri consumi culturali non fanno una gran differenza, sono la poltiglia di familismo, violenza, maschilismo, superstizione, pornografia con l'ossessione consumistica come unico criterio di giudizio. Il consumismo ha travolto con le sue immondizie le ultime resistenze civili di Napoli. Ma tutto il Paese è a rischio. Si è scritto di Napoli: "Nella città convivono due classi, i letterati e il popolo", i letterati, gli intellettuali, si spartiscono i pubblici uffici, governano un popolo di cui Guido Dorso diceva: "Una plebe non ancora uscita dal limbo della storia, abbrutita dalla tradizione e dalla miseria". Questa plebe sopravvive nei cento mestieri umili, 'spiccia faccende', piccola manovalanza che non può contare su un reddito regolare, da cui deriva la voglia di sopravvivere alla miseria, di sopportare la miseria che è all'origine della tolleranza generale: tutto deve essere permesso affinché tutti possano vivere.  [continua...]


J'accuse dell'autore di Gomorra: la tragedia
è che Napoli si sta rassegnando all'avvelenamento

Imprese, politici e camorra
ecco i colpevoli della peste

Gli ultimi dati dell'Oms parlano di un aumento vertiginoso, oltre
la media nazionale, dei casi di tumore a pancreas e polmoni
di ROBERTO SAVIANO


È UN territorio che non esce dalla notte. E che non troverà soluzione. Quello che sta accadendo è grave, perché divengono straordinari i diritti più semplici: avere una strada accessibile, respirare aria non marcia, vivere con speranze di vita nella media di un paese europeo. Vivere senza dovere avere l'ossessione di emigrare o di arruolarsi.
E' una notte cupa quella che cala su queste terre, perché morire divorati dal cancro diviene qualcosa che somiglia ad un destino condiviso e inevitabile come il nascere e il morire, perché chi amministra continua a parlare di cultura e democrazia elettorale, comete più vane delle discussioni bizantine e chi è all'opposizione sembra divorato dal terrore di non partecipare agli affari piuttosto che interessato a modificarne i meccanismi.
Si muore di una peste silenziosa che ti nasce in corpo dove vivi e ti porta a finire nei reparti oncologici di mezza Italia. Gli ultimi dati pubblicati dall'Organizzazione Mondiale della Sanità mostrano che la situazione campana è incredibile, parlano di un aumento vertiginoso delle patologie di cancro. Pancreas, polmoni, dotti biliari più del 12% rispetto alla media nazionale. La rivista medica The Lancet Oncology già nel settembre 2004 parlava di un aumento del 24% dei tumori al fegato nei territori delle discariche e le donne sono le più colpite. Val la pena ricordare che il dato nelle zone più a rischio del nord Italia è un aumento del 14%.
Ma forse queste vicende avvengono in un altro paese. Perché chi governa e chi è all'opposizione, chi racconta e chi discute, vive in un altro paese. Perché se vivessero nello stesso paese sarebbe impensabile accorgersi di tutto questo solo quando le strade sono colme di rifiuti. Forse accadeva in un altro paese che il presidente della Commissione Affari Generali della Regione Campania fosse proprietario di un'impresa - l'Ecocampania - che raccoglieva rifiuti in ogni angolo della regione e oltre, e non avesse il certificato antimafia. Eppure non avviene in un altro paese che i rifiuti sono un enorme business. Ci guadagnano tutti: è una risorsa per le imprese, per la politica, per i clan, una risorsa pagata maciullando i corpi e avvelenando le terre. Guadagnano le imprese di raccolta: oggi le imprese di raccolta rifiuti campane sono tra le migliori in Italia e addirittura capaci di entrare in relazione con i più importanti gruppi di raccolta rifiuti del mondo. Le imprese di rifiuti napoletane infatti sono le uniche italiane a far parte della EMAS, francese, un Sistema di Gestione Ambientale, con lo scopo di prevenire e ridurre gli impatti ambientali legati alle attività che si esercitano sul territorio.
Se si va in Liguria o in Piemonte numerosissime attività che vengono gestite da società campane operano secondo tutti i criteri normativi e nel miglior modo possibile. A nord si pulisce, si raccoglie, si è in equilibrio con l'ambiente, a sud si sotterra, si lercia, si brucia. Guadagna la politica perché come dimostra l'inchiesta dei Pm Milita e Cantone, dell'antimafia di Napoli sui fratelli Orsi (imprenditori passati dal centrodestra al centrosinistra) in questo momento il meccanismo criminogeno attraverso cui si fondono tre poteri: politico imprenditoriale e camorristico - è il sistema dei consorzi.  [continua...]

(Copyright 2008 by Roberto Saviano. Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency)
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mercoledì, 02 gennaio 2008

Mon Dieu, mon Dieu

Cantava così la mitica Edith Piaf...

Le temps de commencer

Ou de finir
Le temps d`illuminer
Ou de souffrir
Mon Dieu! Mon Dieu! Mon Dieu!



E sembra cantasse dell'Alitalia e della sua novella sposa Air France...
E se guardi al passato, spulciando tra le carte scopri che un comico genovese (ieri l'altro il Corrierone nazionale l'ha considerato il secondo politico d'Italia.. un comico-politico e non viceversa..)quasi tre anni or sono ebbe a dire
 
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sabato, 29 dicembre 2007

Ricercare in italia oggi? Meglio fuggir...

Argomento che molto interessa il sottoscritto... la Ricerca scientifica in Italia... Cronaca di un disastro annunciato? Falsi allarmismi e cifre tendenziose? l'articolo di Daniela Minerva e Valentina Murelli su L'Espresso in edicola fotografa una realtà che ho sotto gli occhi quasi tutti i giorni. La confermo pienamente, con qualche naturale e rarissima (ahimè) eccezione d'eccellenza...

Più che scienziati fannulloni

di Daniela Minerva e Valentina Murelli

Fanno pochi lavori di valore. Sono spesso inoperosi. Se non assenti.
Demotivati. E anche malpagati. Viaggio tra i ricercatori delle università italiane
 


Il suo fascino ce l'ha, messo proprio dentro le mura della più grande università europea; a due passi da quel pregiato istituto di Fisica dove aleggia ancora lo spirito della mitica scuola romana (gli eredi di via Panisperna, per intenderci). Ma provate a entrarci dentro la sede di Antropologia del Dipartimento di Biologia animale e dell'uomo dell'Università di Roma La Sapienza: tre piani di cemento dove regna sovrano il silenzio. Provate ad aprire le porte, chiuse, per lo più, ma tutte con il nome di chi dovrebbe abitarle, corrispondente a uno stipendio erogato dal ministero dell'Università e della ricerca (Miur). Insomma: non c'è niente di più lontano da questo edificio semivuoto, un po' ammuffito e con i corridoi sporchi, dall'idea che abbiamo della scienza. Tanto che il professore ordinario di Morfologia umana è laureata in lettere, e ha vinto il concorso con una sola pubblicazione all'attivo, su una rivista minore e per giunta ancora in stampa al momento del concorso.
Intendiamoci, nessuno vuole dare la croce in testa a questo professore di Morfologia, di certo una degnissima persona che di certo nei prossimi anni pubblicherà tantissimo, né a questa deserta sede di Antropologia. Luoghi come questo ce ne sono centinaia nei campus italiani o nella miriade di istituti del Cnr sparsi nella Penisola.
Guardando in faccia uno a uno gli scienziati italiani scopriamo centinaia di ricercatori che ricercano davvero assai poco. Più burocrati che geniacci, vecchi e scarsamente retribuiti, se confrontati alle medie europee (vedi il link al grafico), poco produttivi e selezionati spesso sulla base di baronie più che di merito. Vivacchiano senza mezzi, ma anche senza idee, dando sempre la colpa ai pochi soldi e al 'sistema dei baroni'. Lamentandosi molto. E forse a ragione, perché è vero che i finanziamenti non ci sono ed è vero che il sistema di cooptazione della comunità scientifica è una palude in cui il merito sembra raramente essere il criterio dirimente nella scelta di chi deve andare a occupare un posto in ateneo. Ma una domanda sorge legittima: quanti dei pochi soldi destinati alla scienza nel nostro Paese vanno a pagare stipendi e benefit che con la scienza non c'entrano nulla? E quante sono le Aree di ricerca del Cnr da cui arrivano ben pochi contributi alla modernizzazione del Paese?
A Napoli, nella nuova sede del Cnr, poca la gente in giro. In compenso ci sono, come ormai in quasi tutti i presidi del principale ente di ricerca italiano, una serie di servizi dedicati alla pubblicizzazione: un Servizio di promozione della ricerca e sviluppo, ma al telefono non risponde nessuno, e uno di attività divulgative che ha prodotto una serie di video naturalistici locali con un paio di sconfinamenti, uno in Calabria e uno alle Isole Svalbard. Se questo è il trend non stupisce che soltanto il 6 per cento dei brevetti registrati dal Cnr trovi uno sbocco industriale e diventi licenza a fronte dell'89 di quelli registrati dal Mit, il Massachusetts institute of Technology, come ha raccontato l'economista bocconiano Stefano Breschi.
Ma che il Cnr sia nei guai lo riconoscono gli stessi dirigenti del primo ente di ricerca italiano. Altre, invece, sono le pretese dell'accademia che difficilmente accetta di essere esaminata. Eppure se il Cnr piange, l'università non ride. E persino in un luogo di eccellenza come Pavia, al dipartimento di Biologia animale, ha occupato un posto assai ambito una signora che negli ultimi 17 anni ha prodotto solo cinque lavori di ricerca di nullo impatto scientifico. Per avere un'idea del tipo di lavoro che, anche, si fa in quell'istituto: c'è persino qualcuno che dichiara di occuparsi di "misurare l'area del piede dei gasteropodi (le lumache), dopo averne acquisito l'immagine con uno scanner e attraverso un programma informatico fatto fare su misura". Magari a noi profani sembra una questione di lana caprina, ed è invece un dettaglio fondamentale. Ma se così fosse le temibili banche dati internazionali lo registrerebbero... (continua a leggere)
postato da andreafe alle ore dicembre 29, 2007 12:44 | Permalink | commenti (6) / commenti (6) (pop-up)
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lunedì, 12 novembre 2007

Italia, A.D. 2007

L'ultima avventura di un giornalista reporter d'altri tempi, protagonista nel recente passato di reportage che hanno fatto discutere e tremare molte poltrone. Un giornalismo impegnato, ma non di parte, un giornalismo di storie vere, di persone reali e di una tragica quotidianità che tanto bene sapeva descrivere il compianto Biagi.
Da L'Espresso:

Valico a Nord-Est

di Fabrizio Gatti


A piedi dalla Slovenia a Gorizia. Nascosti nei camion attraverso il Brennero o Tarvisio. Così le frontiere diventano un colabrodo. E il rimpatrio dei clandestini un'impresa spesso impossibile
 

Smonteranno le quattro sbarre che la notte ancora chiudono il valico in fondo a via San Gabriele. Lasceranno marcire la rete che dagli anni di Tito e dei missili nucleari divideva l'Europa. Di qua gli italiani e Gorizia. Di là gli iugoslavi e Nova Gorica. Camminare stasera sul marciapiede-monumento di piazza Transalpina è come guardare Checkpoint Charlie pochi giorni prima la caduta del muro di Berlino. Il 22 dicembre questi rottami della Guerra fredda verranno smantellati. Mancano sei settimane. E quella mattina anche il decreto sicurezza voluto dal governo si risveglierà già vecchio. Spazzato via dalla tabella di marcia dell'Unione europea. Perché dal 22 dicembre il passaggio a Nord-Est sarà una rotta senza più barriere. Chiunque una volta dentro i confini, nell'area degli accordi di Schengen, potrà viaggiare dall'Ungheria al Portogallo. E non dovrà più mostrare i documenti. Già ogni anno lungo questa via riescono a entrare migliaia di clandestini partiti dall'Asia. Pensare di fermare il ritorno dei cittadini comunitari espulsi dai nostri prefetti, dicono finanzieri e poliziotti, è perfino più difficile. Non importa se sono romeni indesiderati o tedeschi black bloc. A meno che l'Italia non voglia ripercorrere la storia al contrario, sospendere la libera circolazione e rimettere in piedi le frontiere. Come ha già fatto la Francia. Ma solo per pochi giorni, dopo gli attentati di Al Qaeda a Londra nel 2005.
Il passaggio a Nord-Est è la porta verso l'Europa del Mediterraneo. Da Trieste a Bolzano. Un ventaglio di calcare, montagne e dolore. È l'altra Lampedusa degli ingressi illegali. Qui però non ti buttano in acqua. Sono arrivi discreti. Chiusi nei camion, su pullman o furgoni. Uomini e donne, invisibili come fantasmi. Costituiscono però il 25 per cento dell'immigrazione clandestina in Italia, secondo i dati del ministero dell'Interno. A Lampedusa sbarca un altro 13-14 per cento. Il resto, più del 60 per cento dei nostri irregolari, sono i cosiddetti overstayers: persone, lavoratori, studenti, turisti che lasciano scadere il visto e restano. Poi ci sono gli ingressi a piedi. Una minoranza. Quelli che sfuggono a statistiche e percentuali. I più silenziosi. Da Nova Gorica a Gorizia sono pochi passi di asfalto sotto la luce gialla dei lampioni. Si può anche fare il percorso contrario, dall'Italia alla Slovenia. E poi ancora il contrario. E il contrario ancora. La notte, almeno fino al 22 dicembre, sarebbe vietato. I cartelli avvertono che tra le otto di sera e le sette del mattino, bisogna servirsi dei valichi aperti. Ma ormai è solo una formalità.
A Gorizia tutti lo sanno. E se domandi come fare a passare il confine senza documenti, ti danno una mano. Come queste due ragazze, età da liceo, che attraversano corso Italia, il viale alberato del centro. Poco prima di cena le strade si svuotano e non è facile chiedere informazioni. "Sei straniero?", vuol sapere una delle due. "È importante?". "Così", dice lei. "Romania". "È facile", comincia la spiegazione, "vai in piazza Transalpina. Se non c'è la macchina della polizia, passi. Se c'è, aspetti. Al di là del confine, in Slovenia, hanno aperto un casinò. Magari pensano che vai a giocare. Molti in città fanno così. Anche noi, quando andiamo di là a prendere le sigarette. Buona fortuna". A Gorizia hanno visto la storia e i suoi profughi passare sotto le loro finestre. Sono abitanti di confine, come a Lampedusa. E lungo i confini, se non ci sono guerre, alla fine vince la solidarietà. Oppure gli affari. Casinò e sigarette.
Paura e diffidenza però hanno contagiato anche questo tratto di provincia italiana. Un esempio: le dichiarazioni rilasciate proprio in questi giorni dal coordinatore per gli enti locali della Lega, Federico Razzini. L'occasione è la fuga di un clandestino marocchino dal centro di detenzione per stranieri a Gradisca d'Isonzo, dieci chilometri da Gorizia. Questa volta nulla di violento: l'uomo, che tra pochi giorni sarebbe stato espulso, si è nascosto nella mensa e non appena ha potuto, è scappato. "Una situazione vergognosa della quale paga le conseguenze la comunità di Gradisca e della regione", sostiene il coordinatore della Lega, "che vede inserita nel suo contesto una sorta di colabrodo dal quale fuoriescono a loro piacimento decine di clandestini allo sbando e, quindi, potenzialmente pericolosi". Nessuno a Gorizia ha spiegato che tra i clandestini rinchiusi nei centri ci sono anche innocui muratori o badanti. O immigrati che hanno perso il lavoro per le lungaggini nei rinnovi del permesso di soggiorno: le domande presentate in questi giorni verranno evase solo nel settembre 2009. Un sistema allo sfascio. E in questo caso si tratta di persone che vogliono rispettare la legge. Il tema è molto sentito anche sul versante sloveno del passaggio a Nord-Est. Prima dell'imminente ingresso tra i Paesi dell'area Schengen, Lubiana ha dovuto dimostrare di saper controllare i confini orientali della Ue. E anche lì la paura nei confronti dell'immigrazione clandestina è entrata nell'agenda del consenso politico. Come scrive Slavoj Zizek, il filosofo e psicanalista nato a Lubiana, nel suo nuovo libro 'La violenza invisibile' (in uscita da Rizzoli): "Una volta che si rinuncia alle grandi cause ideologiche, ciò che resta è solo l'amministrazione della vita. In altre parole... l'unico modo per introdurre passione in questo campo, per mobilitare attivamente la gente, è la paura, costituente fondamentale dell'odierna oggettività".
Eppure a vedere con quale cura italiani e sloveni presidiano i varchi e la linea di confine tra il valico di San Gabriele e piazza Transalpina, non sembriamo affatto un mondo sotto assedio. Non c'è nessuno. Tutte le notti da anni non c'è mai nessuno. La rete taglia in due le strade. Di qua la stazione e i treni diesel di Nova Gorica. Di là una via buia, un hotel e qualche palazzo italiano. Intorno le colline carsiche con i sacrari e le memorie della Grande Guerra. Basta sedersi e aspettare. Qualcuno si guarda alle spalle. Passa e tira dritto. È in Italia.
Vederli entrare da Tarvisio è molto più difficile. La polizia stradale fa controlli a campione. I passatori caricano i loro passeggeri su furgoni merci o camion. E la merce di solito ha la precedenza sugli uomini. Così in molti arrivano a destinazione. Le operazioni non mancano. Come la scorsa estate, quando le questure di Bolzano, Udine e Roma bloccano una rete di trafficanti indiani che fanno entrare nella Ue almeno tremila clandestini l'anno. Gli investigatori scoprono alcuni appartamenti in provincia di Brescia dove i passeggeri vengono ammassati fino a cinquanta persone in pochi locali. Il tempo di organizzare l'ultima tappa del viaggio: dalla Lombardia alla Gran Bretagna. Il costo varia: 14 mila euro per rischiare di soffocare in sottofondi o container. Oppure 20 mila per ricevere un visto turistico falso. I trafficanti, come sempre, risparmiano su tutto. E tra le scorte di viveri per i loro clienti, i poliziotti sequestrano barattoli di carne per cani.
Le espulsioni in aereo sono le più costose. E non sempre si possono rimpatriare decine di persone con lo stesso volo. La via più economica prevede la restituzione dei clandestini al Paese di transito. Ma bisogna dimostrarlo. Così a fine anno viene compilato il bollettino delle espulsioni attive e passive. Una partita in cui i risultati dipendono dagli accordi internazionali, ma soprattutto dalla diplomazia dei funzionari in servizio. Il Brennero ne è un esempio. Ogni giorno ci sono decine di destini da restituire all'Austria o da prendere in consegna. La stazione ferroviaria a Bolzano è un punto di osservazione fondamentale per seguire chi parte per il Nord Europa, oppure chi è appena arrivato. Dall'inizio del 2007 al 10 ottobre in Alto Adige la polizia ha arrestato, fermato, denunciato o respinto 1084 persone: 72 sono state accompagnate in Austria, 559 sono state invece restituite dagli austriaci. Erano 292 contro 636 nel 2006. E 474 contro 580 nel 2005. Quest'anno la polizia italiana ha finora rifiutato 8 riammissioni. I colleghi austriaci 40.
"Il bilancio dipende sempre dai canali di ingresso che si attivano", spiega un investigatore: "Molti dei clandestini che l'Austria ci ha restituito quest'anno sono curdi che tentavano di raggiungere i loro parenti in Germania. Arrivano in Italia nascosti nei camion che sbarcano dai traghetti ad Ancona. Vengono sicuramente dalla Grecia. Ma una volta che raggiungono il Brennero o Tarvisio, è praticamente impossibile riportarli indietro in Grecia. Perché è impossibile dimostrare alle autorità greche quale percorso abbiano seguito". A questo punto gli immigrati che non vengono rimpatriati, sono rilasciati con un invito che li obbliga a uscire dall'Italia entro cinque giorni. Se vengono ripresi, finiscono in carcere. Nessun Paese europeo regala visti di ingresso. Così un incensurato in cerca di lavoro o in viaggio per incontrare i familiari si ritrova nell'elenco dei pregiudicati. E compromette per sempre il suo futuro. Proprio con questo pretesto, i trafficanti hanno aumentato le tariffe. Il prezzo dipende dal Paese di partenza. L'arrivo è garantito, dicono. Ma non sempre va così. Non è un problema. L'importante è che la maggioranza non muoia per strada. Il resto è una questione economica: finché esisterà il lavoro nero, ci saranno lavoratori senza documenti in regola.
Il futuro potrebbe essere addirittura promettente per i passatori del Nord-Est. Le migrazioni dipendono anche dalle guerre. E le scintille in Kurdistan e in Kosovo potrebbero innescare nuove partenze in massa. Così, come sette anni fa, il silenzioso marciapiede di piazza Transalpina a Gorizia tornerebbe ad essere il maniglione antipanico dell'Europa per migliaia di profughi. Occhi e gambe in fuga dagli incendi che si nascondono sotto i tappeti di casa nostra.
postato da andreafe alle ore novembre 12, 2007 17:35 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
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mercoledì, 10 ottobre 2007

Bisogna essere duri senza mai perdere la tenerezza

E' tempo di ricorrenze. Alcune scomode, altre un po' meno. Alcune lasciano ancora aperte dibattiti, discussioni, divisioni ideologiche ed economiche. 40 anni or sono moriva a La Higuera il "rivoluzionario" par excellence, Ernesto Rafael Guevara Lynch De La Serna, altresì noto come "el Che". Inutile aggiungere parole ai fiumi di inchiostro che sono stati scritti su questo personaggio. Non è questo il luogo nè il sottoscritto ha le competenze per farlo  adeguatamente.  A lungo è stato mitizzato, elevato a paladino della lotta proletaria moderna. A lungo sono state tacciate di crudeltà le sue imprese di guerra di guerriglia. Come tutti i grandi protagonisti della storia, la sua è stata una vita multiforme, attento alle istanze degli umili senza disdegnare la discutibile e sanguinolenta lotta armata. Ciò nonostante la sua personalità di viaggiatore instancabile mi ha sempre affascinato. I suoi viaggi alla riscoperta dell'identità, della memoria collettiva e della dignità degli "ultimi" sono una delle rivoluzioni pacifiche e più significative del ventesimo secolo. I suoi "diari" sono appunti di un viaggio nella memoria collettiva del Sud America, martoriato dal malgoverno dei fantocci di turno. La storia successiva è sotto gli occhi di tutti e ciascuno può prendere posizione a seconda di convinzioni personali, ideologiche e religiose.
In questo breve spazio consiglio, a chi ha dimestichezza con un po' di spagnolo, di guardarsi lo speciale multimediale del "Clarin", il giornale più venduto in Argentina.


postato da andreafe alle ore ottobre 10, 2007 11:18 | Permalink | commenti (8) / commenti (8) (pop-up)
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lunedì, 08 ottobre 2007

Breaking news from Spain

Da un paio di giorni a questa parte non si fa che parlare d'altro qui in terra di Spagna. Da un lato i pesanti strascichi politici in merito alla vicenda delle foto del re Juan Carlos di Borbone bruciate a Girona e poi, solidalmente, in tutta la Catalunya che hanno riaperto il dibattito intorno all'attualità di una monarchia parlamentare iberica all'approssimarsi delle celebrazioni nazionali del 12 ottobre. Dall'altro, con ancor maggiori lacerazioni (ma d'altronde l'opportunismo politico in queste situazioni è d'obbligo), lo smantellamento del partito basco "Batasuna", spalla politica del gruppo armato dell'ETA. Non so se in Italia queste notizie siano passate in secondo piano, del resto da noi ci sono ben altri e più eclatanti problemi. Tuttavia riporto con piacere l'articolo di Angelo Miotto su peacereporter.net che dà un'idea dei retroscena della vicenda.

Manette al dialogo
Spagna: arrestata tutta la dirigenza di Batasuna. Come ai tempi di Aznar


Un blitz nella notte, a Segura, piccolo villaggio di Guipuzkoa. Una riunione fra i dirigenti della Mesa Nacional di Batasuna, la Policia Nacional che circonda tutto il villaggio, chiude tutte le vie di accesso e poi irrompe nella riunione e in tre minuti mette i ceppi a 22 persone.
Tutta la dirigenza di un movimento politico finisce in carcere, dove si trovano già il portavoce carismatico della formazione, Arnaldo Otegi, e da tre giorni il responsabile internazionale Joseba Alvarez. Le case di tutti gli arrestati vegono perquisite, i 22 finiscono immediatamente nel regime di isolamento, in mano ai militari, senza possibilità di controllo legale e medico.
L'ordine di arresto è arrivato direttamente dall'Audiencia nacional , sala numero cinque. La targhetta fuori dalla porta: Baltasar Garzon.
il giudice spagnolo baltasar garzonLe motivazioni. Le anticipazioni di stampa hanno attraversato le pagine di alcuni quotidiani negli ultimi giorni. El Pais parlava, a operazione in corso, del faldone 35/2002 del giudice istruttore. Riguarda le relazioni fra ETA e Batasuna e i finanziamenti di quest'ultima. In sostanza, se Batasuna è fuori legge – e lo è dal 2003 – i suoi dirigenti al momento di riunirsi cadono in un delitto associativo. Il ragionamento giuridico, se sarà confermato, ha più di qualche evidente e paradossale lacuna. Tre anni fa, nel Velodromo di Anoeta, migliaia di militanti di Batasuna e tutta la dirigenza proponevano un metodo per il processo di pace. Quel metodo fu poi accettato da Madrid, poiché era già il frutto di trattative segrete fra socialisti, Batasuna e il partito Nazionalista Basco (PNV). Da lì in poi emissari del governo di Zapatero si sono seduti al tavolo dei negoziati. Ma solo quando questi falliscono, allora gli interlocutori del dialogo tornano ad essere perseguibili. Con buona pace del diritto che tanto si invoca nelle carte che portano agli arresti di ieri.
Garzon. E' tornato il juez estrella, il giudice superstar. Dal processo a Pinochet, alle dichiarazioni sventolate in giro per il mondo di voler processare i dittatori e i responsabili delle torture, ma con qualche evidente problema nel riconoscere i segni di tortura documentati anche da Amnesty International e dal relatore speciale delle Nazioni Unite TheoVan Boven, quando la mano pesante, le botte e le violenze sessuali avvengono nelle caserme della Guardia Civil.
Dopo un lungo periodo sabbatico, con tante conferenze negli Stati Uniti, il giudice Garzon è tornato in Spagna proprio quando il dialogo sembrava ancora possibile. Ha distratto lo sguardo e ammorbidito i toni delle dichiarazioni per qualche mese. Poi il vento è cambiato.
l'arresto di permachZapatero. È quasi impossibile non vedere il cammino parallelo fra la nuova direzione imboccata da Zapatero – lotta implacabile contro ETA e il suo mondo politico, dopo la rottura della tregua – e i provvedimenti del supergiudice. Il premier spagnolo ha fiutato da tempo la necessità di cambiare il sorriso benevolo di chi cerca di risolvere un problema politico – fatto riconosciuto nel corso del processo di pace – con espressioni più decise e dure a consumo di una larga fetta di società, che stava guardando con simpatia la propaganda asfissiante della destra post-franchista di Mariano Rajoy, che proprio sul tema del terrorismo stava guadagnando punti nei sondaggi.
Come ai vecchi tempi. Sembra di essere tornati ai tempi di Aznar: nel 1997 la dirigenza dell'allora Herri Batasuna diffonde un video di ETA, in cui l'organizzazione armata avanza una proposta di dialogo. Tutta la dirigenza viene incarcerata. E resterà in carcere fino a quando non il diritto, ma la convenienza politica, permetterà benefici da applicare per far uscire i politici baschi. E come ai tempi di Aznar la polizia è tornata a entrare nelle sedi legali di partito. È successo poche ore fa nella sede di EHAK, il Partito Comunista delle terre basche, rappresentato a livello parlamentare. La sede è stata perquisita. Non una voce di critica dai democratici partiti spagnoli e baschi.
E come ai tempi di Aznar, le fonti consultate da PeaceReporter dicono chiaramente che non sarà difficile per Btasuna ricostruire la sua dirigenza, che è collegiale, non ha un segretario, né un presidente. È piuttosto fondata sulla partecipazione e vive di organi assembleari. Nel 1997, con tutta la dirigenza in carcere, si presentarono alla stampa due volti nuovi: Arnaldo Otegi e Joseba Permach. Non ci sono dubbi sul fatto che una nuova dirigenza collegiale sarà all'opera in breve tempo.
postato da andreafe alle ore ottobre 08, 2007 11:09 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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Chi è il viandante senza meta

Utente: andreafe
Nome: Viandante SenzaMeta
In perenne ricerca del nuovo, del diverso, il viandante senza meta scopre solo dopo lungo peregrinare la sua reale destinazione...Si rende conto che dell'albero della vita ha sempre guardato il tronco e la chioma, dimenticandone la parte vitale: le Radici....


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