Memorie di viandanti senza meta

Appunti di viaggi più o meno reali nella tragica comicità della vita quotidiana. L'unico obiettivo è ricercare sé stessi scoprendo le proprie radici. Benvenuti viaggiatori d'ogni dove!
domenica, 04 gennaio 2009

Terra di Brindisi

I Paesaggi, l'arte, la cultura, la storia, la buona tavola... Per chi vorrebbe l'estate tutto l'anno e, soprattutto, per chi è lontano dalla terra d'origine...

 

venerdì, 02 gennaio 2009

Cavità carsiche sedi di culto nelle Murge Sud-Orientali

"La sacralità di luoghi di culto è spesso correlata a soggetti naturali quali foreste, grandi alberi, monti, grotte ecc. Le grotte hanno rappresentato una soglia fra il mondo conosciuto e l'ignoto.... in tale area il secolare rapporto tra uomo e natura ha favorito il perdurare di suggestioni, anche religiose, alimentate dall'alone di mistero che circonda l'ambiente carsico". Così comincia l'abstract (ovvero il riassunto introduttivo) di una breve nota divulgativa pubblicata su Thalassia Salentina (rivista della Stazione di Biologia Marina di Porto Cesareo) nel vol. 26, suppl. (2003) ed intitolato "Cavità carsiche sedi di culto nelle murge sud-orientali: un patrimonio da salvaguardare"  (Manghisi, Vincenzo - Marsico, Antonella - Simone, Oronzo). Di per sè tale nota avrebbe valore di semplice curiosità per addetti ai lavori se non fosse che cita, a più riprese, il patrimonio storico-paesaggistico cegliese. A pag.273 si trova un'immagine significativa della Grotta di San Michele con una didascalia quanto meno esaustiva "Raffigurazioni sacre quasi illeggibili nella Grotta di San Michele, presso Ceglie Messapica. Molte delle pitture parietali in grotte adibite al culto sono scomparse, anche grazie ad atti di vandalismo".



I buoni propositi del nuovo anno io li ripongo nella speranza di riuscire a sensibilizzare maggiormente la cittadinanza cegliese attiva sull'inestimabile valore ambientale (specie, data la mia formazione, di carattere geologico-geomorfologico) del nostro territorio.
Appuntamento ai prossimi giorni...
lunedì, 25 agosto 2008

Notte della Taranta 2008

Riflessioni sulla Notte della Taranta 2008
di Vincenzo Santoro
domenica 24 agosto 2008

L’edizione 2008 del concertone della Notte della Taranta ha confermato tutta la grande forza di una manifestazione che negli anni è riuscita a conquistarsi un posto di rilievo fra gli eventi spettacolari di proiezione nazionale e internazionale. La kermesse melpignanese, con la sua grande capacità di proiezione mediatica, è sempre di più un potente strumento di promozione del Salento e della Puglia, punta di diamante e allo stesso tempo veicolo di un’immagine fortemente innovativa del nostro territorio, che si sta dimostrando – pur nelle difficoltà della crisi economica in atto - finalmente attrattiva in termini turistici. Agli organizzatori va riconosciuto il merito di aver saputo far crescere la loro “creatura” fino ai clamorosi risultati degli ultimi anni, apportando le dovute correzioni in corso d’opera, ed adattando progressivamente anche il progetto musicale alla natura sempre più di massa dell’evento. Infatti, a partire dalla direzione di Ambrogio Sparagna è stata abbandonata la retorica dell’innovazione e della contaminazione radicale che aveva caratterizzate le prime edizioni, ed è prevalsa, per quanto possibile, una sorta di vocazione “ecumenica” (ce n’è per tutti i gusti: gli “anziani cantori”, i più affermati gruppi di riproposta, la contaminazione, le star locali, nazionali e internazionali...) e ci si è posizionati su un suono “mediano”, che non si distacca mai troppo dal materiale tradizionale, anche se utilizza una grammatica propria di musiche più adatte a eventi di grandi dimensioni. Possiamo dire che ci troviamo di fronte ad una sapiente via di mezzo fra il grande concerto rock, un festival di Sanremo più raffinato e musicalmente colto e il mega-raduno giovanile, tipo il concerto del primo maggio a Roma. Con una peculiarità determinante e in qualche modo unica (almeno nel panorama nazionale): al centro di tutto c'è una musica "di tradizione" fortemente radicata in un territorio.
Questa impostazione è emersa in grande evidenza nel concertone del 23 agosto scorso, a partire dalla scaletta, appunto molto ecumenica: all’inizio gli interventi di alcuni anziani riconosciuti esponenti della tradizione, poi le “riscritture” ideate da Mauro Pagani, ed eseguite dall’Orchesta, e infine gli interventi degli ospiti. Anche il lavoro del prestigioso “maestro concertatore”, dal punto di vista musicale, mi è parso muoversi in questa direzione, attento a confezionare un prodotto adatto alla natura dell’evento, raffinato il giusto, mai troppo innovativo (anzi…), e soprattutto in grado di rispondere alle aspettative di una piazza decisamente “festaiola”. Dei brani della tradizione, Pagani ha quasi sempre conservato le melodie e le impostazioni vocali “originali” (muovendosi in questo in perfetta continuità con il precedente lavoro di Ambrogio Sparagna), favorendone così la riconoscibilità e l’“orecchiabilità”. Attorno a questa struttura invariata il maestro concertatore ha lavorato di arrangiamenti, inserti e code strumentali, usando una chiave “etno-world” molto raffinata ed elegante, ricca peraltro di citazioni e di rimandi alle sue esperienze precedenti (dal lavoro con De Andrè fino al progressive-rock italiano degli anni ’70). Come in quasi tutte le ultime edizioni, la necessità di “tenere” la piazza ha portato a spingere molto i brani sul piano ritmico e all’adozione di una impostazione molto “rock”, con una batteria debordante e invasiva, cosa che ha avuto come conseguenza la scomparsa di diversi strumenti, a partire dai tamburelli (gran paradosso questo in un evento dedicato ad una musica in cui i tamburelli sono tutto, non c’è che dire).
Il risultato è stato decisamente gradevole, e soprattutto di grande impatto spettacolare, anche se alla lunga forse un po’ ripetitivo (ma il concertone deve durare per forza 7 ore? 5 non bastano?). L’orchestra è parsa all’altezza della situazione nella componente strumentale, ma al solito insufficiente negli interventi vocali, apparsi in troppe occasioni deboli e fuori luogo (con qualche strafalcione e stonatura veramente imbarazzanti).
Una piccola occasione mancata è stata l’esecuzione di “Sidun”, toccante brano scritto originariamente in dialetto genovese da Pagani con Fabrizio De Andrè per il mitico album “Creuza de mä” (che parla del dolore di un padre libanese per la perdita del figlio ucciso da un carro armato del generale Sharon), e presentato in una traduzione in dialetto salentino. Poteva essere un momento topico del concertone, ma l’esecuzione è apparsa troppo delicata e rarefatta (e anche per la verità un po’ incerta) per incontrare il consenso di un pubblico a quel punto in cerca di emozioni sonore ben più forti. È stato comunque un bellissimo gesto da parte di Pagani.
Alla riuscita dell’evento hanno certamente contribuito gli ospiti: Rokià Traorè e Richard Galliano con degli interventi di gran classe, in cui hanno mescolato alcune loro composizioni con le sonorità salentine; gli Apres La Classe e i Sud Sound System con i loro set infuocati, che hanno fatto letteralmente impazzire il pubblico; e infine Caparezza con “Vieni a ballare in Puglia”, vera canzone-manifesto di questa terra, delle sue ricchezze e delle sue contraddizioni. Ma a mio parere la serata ha toccato il suo culmine con l’incredibile esibizione di Vinicio Capossela, che, cappello da "uomo della medicina" in testa, vestito di pelli di capra e con un campanaccio al piede, si è prodotto in una cupa e luciferina versione de “Il ballo di San Vito”, che ha incendiato la piazza dei centomila “vecchi e giovani pizzicati dalla Taranta”, ma ha certamente provocato qualche brivido alla sequela di santi della facciata della chiesa del convento degli Agostiniani.
Un ultimo plauso all’impeccabile organizzazione, capace di gestire un mega-evento del genere senza apparenti problemi e consentendo l’accesso all’area in tempi ragionevoli anche nei momenti di maggiore affluenza: un piccolo miracolo del Sud.
Su www.salentoweb.tv una ampia selezione di articoli e video sulla Notte della Taranta 2008.
venerdì, 22 agosto 2008

Trulli Italian Cones

Ecco un'interessante video (per chi mastica un po' di inglese) pescato in rete e relativo al fenomeno "immobiliare" dei Trulli. "Trulli Italian Cones" è un contributo di 20minuti che descrive abbastanza bene come molti britannici (e non solo) si avvicinino all'acquisto di quest'altissima espressione di architettura rurale tutta nostrana, di Ceglie Messapica e della Valle d'Itria nel suo insieme.



postato da andreafe alle ore agosto 22, 2008 13:05 | Permalink | commenti (2) / commenti (2) (pop-up)
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lunedì, 18 agosto 2008

Salento Finibus Terrae

"I riverberi, i luccichii, i soffi dei due mari sembrano quasi incontrarsi a mezz'aria. Così tutto si presenta lucido, come se fosse avvicinato da un effetto ottico, ed insieme ingannevole... Il Salento è una terra di miraggi, ventosa; è fantastico, è pieno di dolcezza; resta nel mio ricordo più come un viaggio immaginario che come un viaggio vero."
Guido Piovene - Viaggio in Italia






"Terra tra i due mari Adriatico e Ionio partendo da una linea condotta dal punto più interno del golfo di Taranto fino alla contrada del Pilone a nord di Ostuni"
Cosimo De Giorgi, Cenni di geografia fisica della provincia di Lecce, Lecce, 1889






"E qui ne' Salentini / i suoi Cretesi Idomeneo condusse."
Virgilio - Eneide, III. Traduzione di Annibal Caro






"I Greci chiamarono la Calabria Messapia dal nome del loro comandante, e prima ancora Peucezia, da Peucezio, fratello di Enotro, che risiedeva nel territorio del Salento."
Plinio il Vecchio - Storia naturale, III, 99. Traduzione di Giuliano Ranucci





DON PIZZICA (Officina Zoè)

Benvenuta bella signora
l'occhi toi su stelle lucenti
li mani toi su chine de grazie grandi
vannu donandu cose d'amore

N'tra stu munnu tristu e spasulatu
nc'é quarche cosa ca inchie lu core
li verdi prati, lu cielu pintu, lu mare
é quistu ca me face nnamurare.

Ma ci dicimu sempre le stesse cose
'ntra centumila modi le cantamu
ma poi ne sciamu ccasa e sotu sotu
'ntra nu solu mumentu ne scurdamu


TRADUZIONE

Benvenuta bella signora
i tuoi occhi sono stelle lucenti
le tue mani sono piene di grazie grandi
vanno donando cose d’amore

In questo mondo triste e smarrito
c’é qualcosa che riempie il cuore
i verdi prati, il cielo dipinto, il mare
è questo che mi fà innamorare

Ma che diciamo sempre le stesse cose
in centomila modi le cantiamo
ma poi torniamo a casa e senza accogerci
in un solo momento dimentichiamo tutto





lunedì, 18 agosto 2008

Ceglie Rurale

Persomi nelle vacanze ferragostane in Terra d'Otranto ritrovo, al lieto ritorno nel mio buen retiro cegliese, una gradita, anzi graditissima sorpresa. Non so se la blogosfera ne ha già dato annuncio, ma ritengo opportuno e meritorio segnalare con un post la pubblicazione di un ottimo prodotto cartografico che ci riguarda molto da vicino. Si chiama "Ceglie Messapica Rurale - Percorsi", iniziativa di Progetti per comunicare e Passoditerra con lo scopo dichiarato di "orientarsi tra contrade, strade bianche e viabilità secondaria, un invito ad attraversarle lentamente".



Sei percorsi alla scoperta della campagna attorno all’antica città di Ceglie Messapica (Br)... Lungo gli itinerari, da fare a piedi o in bicicletta, sono segnalate le masserie storiche, gli alberi secolari, specchie, fogge, chiese rurali, i “paretoni”, ma anche le colture tradizionali come oliveti, frutteti e vigneti. Incontreremo beni naturali e storici, ancora non tutelati, spesso in degrado, ma l’obiettivo è quello di portare l’attenzione su quanto di questo patrimonio “resiste”.
Faccio i miei personali complimenti ai curatori di quest'iniziativa, che trovo finalmente esaustiva ed onnicomprensiva di quelle emergenze storico-paesaggistiche fino ad oggi nascoste nei racconti dei nostri nonni e nelle indicazioni approssimative e talora inesistenti di una segnaletica turistica deficitaria ed insufficiente.
postato da andreafe alle ore agosto 18, 2008 14:42 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
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martedì, 01 luglio 2008

I luoghi del cuore

Segnalo questa interessante iniziativa del FAI (Fondo per l'Ambiente Italiano):

"E' partito lo scorso 5 giugno il nuovo censimento nazionale del FAI “I Luoghi del Cuore.
Come sempre il censimento, che quest’anno giunge alla quarta edizione, intende sensibilizzare cittadini e istituzioni e dare voce alle segnalazioni di ognuno di noi.
Il tema di quest’anno, però, è assolutamente nuovo: il FAI e Intesa Sanpaolo invitano ad aprire gli occhi su ciò che fa male al cuore e chiedono dunque a tutti di non restare indifferenti di fronte alle brutture piccole e grandi che macchiano la nostra bella Italia e di segnalare ciò che rovina e deturpa i luoghi più amati.
Guardatevi intorno per individuare ciò che offende i vostri occhi e il vostro cuore e votate fino al 30 ottobre sul nostro sito, nei Beni e presso le Delegazioni FAI, in tutte le filiali di Intesa Sanpaolo e di tutte le banche del Gruppo. Si potrà votare inoltre nei punti vendita la Feltrinelli e RicordiMediaStores e tramite MSN.it all’indirizzo http://iluoghidelcuore.it.msn.com.
Vi invitiamo a navigare il sito, guardare gli esempi, leggere il regolamento, mandarci le vostre foto, e, se siete insegnanti, a entrare nella sezione dedicata alle scuole, per adottare una segnalazione con le vostre classi.
Contiamo sulla vostra partecipazione, che in questi anni è sempre stata consistente e incoraggiante, e sulla vostra sensibilità nel diffondere l’iniziativa a favore della difesa del patrimonio artistico, monumentale e naturalistico dell’Italia."


In quanto parte del blogring cegliese, invito, concittadini e non, a segnalare la non edificante vicenda di Madonna della Grotta (linkata anche nel banner della colonnina a destra). Per ulteriori info rimando al blog dei Cegliesi nel mondo.

postato da andreafe alle ore luglio 01, 2008 11:40 | Permalink | commenti (5) / commenti (5) (pop-up)
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mercoledì, 23 aprile 2008

Eclissi e Blog su Brundisium.net


"Queste ECLISSI devono avere qualcosa di magico e di fatato. Ogni volta che rileggo questo mio scritto, mi commuovo fino alle lacrime. Mi sdoppio dall'autore e mi ritrovo nei vari protagonisti della storia. Non vi so dire se c'entra la taranta o se sono le erbe di San Giovanni. Di certo so che il tecnico grafico e tutti i responsabili della tipografia dove ho stampato il libro vogliono visitare i luoghi del libro, a Ceglie, e mi assillano per programmare una gita nella nostra città.
Pietro"
Così Pietro Palmisano ha presentato il suo lavoro. Ho letto ECLISSI e la sua ampia introduzione il cui incipit mi vede immeritato protagonista insieme agli altri amici, di generazione, della blogosfera cegliese. Sono orgoglioso, non lo nascondo, di essere stato considerato, unitamente ad altri stuzzicatore di curiosità e molla d'energia.
E' con piacere che vedo venire alla luce frutti come questo che potrebbero essere considerati effetto collaterale della blogosfera cegliese.
Ho letto il libro con curiosità ed emozione cegliese condividendo con l’autore quel senso di estraniamento che mi ha preso a volte percorrendo le strade di Ceglie nei miei ritorni brevi nella terra natia: Anche io, trovandomi a passare per quelle strade, come fossi un forestiero, mi sono sentito costretto a guardare come accade quando incontri una bellissima persona. Tu rimani fisso e perso in quello sguardo e non sai, anzi ti chiedi se non sei importuno.
Nella Ceglie Messapica del 1963 Pietro, giovane frequentatore dell'archivio della chiesa matrice, s'imbatte fortuitamente nella misteriosa scomparsa dei corpi di due giovani della cripta sottostante la cattedrale. Appena giù, Rocco mi guidò attraverso una porta nel locale posto sotto l'altare maggiore.
Una volta illuminato per bene, il locale si rivelò la copia perfetta del soprastante presbiterio, con abside ed il coro dietro l'altare maggiore.
Sulle pareti di nuda pietra mi pare di ricordare dodici nicchie entro cui, in piedi e con le mani conserte sul petto, erano i corpi mummificati di dodici canonici con saio e cappuccio. Un tredicesimo corpo sembrava seduto e con il tronco superiore appoggiato sull'altare centrale del locale…
Rocco indica a Pietro due casse simili alle altre nelle quali, al posto dei resti mortali dei defunti, si trovano pietre e pezzi di legno; Pietro scoprirà che le spoglie scomparse appartengono a due giovani innamorati vissuti nel XVII secolo, Nureddin Giamal detto Damiano e la bella Sara. Molto prima che il Sommo Giudice si disponesse a giudicare dal Suo Trono, per un miserabile incidente, s’erano scoperte le tombe, portando alla luce le testimonianze di un terribile crimine le cui vittime erano state sottratte, per cautela, anche alla storia oltre che alla suprema empietà degli uomini. Inizia, da quel fortuito ritrovamento, un ampio suggestivo avvicendarsi di flashback che ci riporterà nella Ceglie del Seicento con le sue tradizioni, il suo popolo e le sue antiche strade.
Questo viaggio nel passato condurrà, infatti, il lettore attraverso case e strade di tutti i giorni con vicoli, vicoletti, ... piazze e relativi palazzi nobiliari, tra segreti nascosti sotto centinaia e centinaia di sottili veli di calce, ricompensandolo della sua partecipazione alle sofferenze dei personaggi senza mancare, alla fine, di far affiorare sulle labbra un sorriso di speranza. Sarà Jacopo Moro o Jacobus Niger che dir si voglia che, avendola imparata dal padre Tommaso, tramanderà l’arte dello speziale; conoscitore di tutte le erbe e gli aromi della terra rossa che, cercando e trovando riparo in Calabria, denuncerà i danni arrecati a Sara e Damiano dagli accoliti succubi del bieco castellano che incapace d’amore ha piegato i sentimenti alle logiche dinastiche e feudali.

Buona lettura!
Giacomo NIgro - Lo Smemorato
Dal blog cegliemessapica.splinder.com


ALTRI COMMENTI DAL BLOG
Sono rimasto affascinato dalla lettura di Eclissi che mi ha accompagnato nei vicoli e nelle contrade di Ceglie, compreso la Cripta San Michele e la mia Guarino con la Carcara che ha dato l'incipit, dopo l'incidente con la lambretta, a quest'opera di Pietro Santo. Un libro che possiede la magia di far vedere, con occhi diversi ed interessati, strade e luoghi che vediamo ormai distrattamente tutti i giorni.
Gisan51

Io pure mi unisco a smemorato a reiterare la sua preghiera: se trovate il tempo per un post, mi fareste una grande cortesia dicendo cosa ne pensate. Tutto quello che pensate, non di me, ma di questo libro, di bene e di meno bene. Se avete rivisto luoghi o persone così come le conoscete o diversamente. Se la città delle Eclissi è la stessa che voi ricordate e se io ne ho deturpato o addolcito il ricordo. Se nella vostra vita a Ceglie avete mai incontrato qualcuno dei personaggi o dei luoghi descritti nel libro.
O altre osservazioni che vi piaccia comunicare.
Grazie e grazie
pietro palmisano

Ho terminato, da poco, la lettura del libro. Difficile esprimere un giudizio diverso dalla positività più compiuta. L'ho ribadito in altri post e qui lo faccio ancora, la storia narrata ha l'impianto perfetto per una trasposizione cinematografica. E' una vicenda che si svolge su più piani narrativi, intrecciando i fili del racconto in maniera sapiente e suggestiva. E poi c'è lo sfondo storico e scenografico che a noi cegliesi dovrebbe dire qualcosa. I luoghi, le persone ed i loro nomi raccontano molto della nostra Storia (quella con la S maiuscola). C'è poi tutto il degrado di un feudo secentesco che non si discosta molto (se non per forme e modalità, oltre che, è naturale, personaggi) da quello odierno.
Un'eclissi morale che Ceglie, evidentemente, vive e rivive ciclicamente e che l'autore ha sapientemente ricostruito (forse traendo molto spunto dal reale...). Ho apprezzato molto le incursioni nelle nostre tradizioni autoctone e folkloriche (la "carcara", la "trenula", ecc.), oltre che la ricostruzione di molti toponimi della nostra terra (Donna Lucrezia, su tutti). Mi ha affascinato la vicenda di Isabella di Noirot, duchessa di Gand, di cui ricordo aver visto sin da bambino la lapide nella sagrestia della chiesa di San Domenico. A tal proposito ho scoperto che Pasquale Elia nel suo "CEGLIE MESSAPICA - (I Personaggi che hanno fatto la storia della città)" dichiara: " Personalmente sono sempre più convinto che la duchessina fu tumulata proprio nella Chiesa principale di Ceglie, ossia la Chiesa Madre, sotto l’Altare fatto costruire alcuni anni prima dal marito. La lapide collocata nella odierna sagrestia della Chiesa di San Domenico fu posta a ricordo di quel triste evento e riporta: “……….in memoria dell’ottima consorte pose”. E perché non qui giace, qui riposa, come normalmente si usava e si usa ancora ai nostri giorni?...."
Un bel giallo storico, non trovate?
andreafe

Si, Andrea. Personalmente ho trovato molto interessante anche l'impianto tecnico della narrazione in cui, l'ampia introduzione a presentazione dell'autore e dei luoghi, corre parallela al racconto (romanzo) vero e proprio.
Un lavoro complesso ed apprezzabile anche l'inserimento del racconto nel periodo storico reale rappresentato per brevi ma significativi accenni.
smemorato

Post e commenti pubblicati su Brundisium.net

postato da andreafe alle ore aprile 23, 2008 11:26 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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venerdì, 04 aprile 2008

...Dinosauri a Ceglie?...

E' una storia che ha qualche milione di anni. Bisogna saper contare indietro nel tempo con notevole sforzo di ingegno e fantasia. Il tempo geologico fa questi scherzi. Immaginiamo di trovarci alle Bahamas, o lungo le coste del Golfo Persico... Sono cartoline da sogno, luoghi esotici che tutto vorremmo visitare almeno una volta nella vita... Eppure tutto questo esotismo era di casa nella Puglia del Cretaceo Superiore (un range temporale che va da 97 a circa 65 milioni di anni)... C'era tutto il tempo di costruire e godere di resort turistici
lungo le nostre coste. Peccato noi non ci fossimo ancora. Saremmo comparsi solo molto tempo  dopo....per fortuna...



Bene, la Piattaforma Apula (questo il nome "tecnico" che noi geologi diamo a tale elemento paleogeografico) era un insieme di "blocchi" di terraferma con lussureggiante vegetazione tropicale orlati da bracci di mare poco profondi (le chiazze azzurre che circondano le Bahamas nella foto sopra ne danno un'idea verosimile). E tale rimase l'assetto fisiografico della futura Puglia per "lungo" tempo, milioni e milioni di anni. Tecnicamente era proprio una piattaforma di tipo bahamiano... C'è chi sostiene che tutti questi isolotti fossero comunicanti tra loro attraverso brevi e stretti istmi di terra; chi li considera completamente autonomi ed isolati. Isolati ma non spopolati.. Accanto alla rigogliosa flora tropicale vi era un coacervo di vita, specialmente nei mari. Qualche "terribile lucertola" zompettava, invece, allegramente nell'interno degli isolotti, spadroneggiando e godendo di privilegi alimentari di una catena trofica tutto sommato abbastanza limitata (l'isolamento notoriamente è un limite alle risorse trofiche delle piramidi alimentari, specie per individui di taglia maggiore). Le Murge sudorientali, che oggi dominano le piane salentine digradando verso di esse con terrazzi di varia quota (testimonianza delle variazioni millenarie del livello medio del mare), erano dunque un vero paradiso della biodiversità. Come facciamo a dirlo? Ce lo raccontano le rocce, quelle "pietre calcaree" che hanno reso nota la nostra regione come la "Petrosa Puglia" e che costituiscono il materiale edile per eccellenza. La pietra di Trani, la pietra Leccese, le pietre "bucherellate" delle nostre zone, sono tutte state impiegate fin dal tempo dei Messapi (e ancor prima) per la costruzione di Mura, Tombe, Menhir, Dolmen, oltre che templi (prima pagani e poi cristiani) ed edifici d'uso civile. Eppure dentro quelle rocce c'è tutta la nostra personalissima storia. Una storia che a Ceglie ha un'epoca precisa, ed è il Cretaceo Superiore (a voler essere precisi restringeremmo al periodo Turoniano-Maastrichtiano). Chi conosce le campagne cegliesi sa che spietrare i grossi appezzamenti di terreno è un lavoro duro, durissimo. Le "pietre" sono ovunque, sparse e faticose da trasportare. Alcune hanno forme curiose, strani "buchi". Altre sono chiazzate, maculate. Sono brandelli di scogliere, di zone che un tempo (il Cretaceo Superiore, appunto) punteggiavano le coste degli isolotti dove maggiore era il dinamismo del mare. Queste scogliere erano "edificate" dalle Rudiste, abbondanti all'epoca come oggi possono esserlo mitili & Co. Con la sola differenza che esse morirono assieme ai dinosauri ed oggi, ahimè, siamo privati del piacere di trovarle in un buon piatto di spaghetti allo scoglio... Hanno forme varie, allungate, alcune a corno, altre più tozze. La Strada dei Colli della vicina Ostuni ne preserva esemplari decimetrici,  così come la volta della Grotta di Montevicoli ne mostra qualche bell'esemplare. Erano incrostanti e costruivano, vivendo in colonie ravvicinate, impalcature resistenti al moto ondoso. Laddove il mare era più tranquillo, meno agitato, vivevano pesci. Gradivano sia la vita nei mari aperti che la tranquillità dei fondali sabbiosi, una sabbia calcarea molto fine, che ha prodotto quelle belle rocce biancastre (meglio visibili nelle cave) molto usate nell'edilizia. La fossilizzazione è un'evento fortuito, si badi, per cui il ritrovamento di pesci fossili gode evidentemente del carattere d'eccezionalità. Tuttavia, nelle suddette lastre calcaree si rinvengono, con molta frequenza, dei noduli di vario colore (tipicamente nocciola o rossastro, nelle nostre zone). Tali noduli sono di selce (una roccia sedimentaria fatta di silice che può formarsi in condizioni e modalità differenti) e derivano talora dalla decomposizione di materiale organico (per esempio pesci...). Quando ciò accade ecco venir alla luce resti di ittiofauna (celebre è ad esempio la "Pesciaia di Bolca", nell'alto veronese)....A questo punto la nostra storia diventa più chiara, abbandona le vie prolisse e confusionarie delle righe di cui sopra e si concentra maggiormente su una contrada cegliese... Ci accompagna (virtualmente) nel viaggio Nicola Marinosci, del Centro Documentazione Grotte di Martina Franca. E ci racconta di questa storia in un articolo apparso sul bollettino del Centro martinese di qualche anno fa: "Sul rinvenimento di calcari ittiolitici e di una probabile impronta di dinosauro teropode del Cretaceo Superiore in località Donna Lucrezia a Ceglie Messapica (Brindisi)". Il dono della sintesi scientifica sta tutto nel titolo. Potrei smettere di raccontare e sono più che sicuro che il resto della
faccenda sarebbe chiaro...
Ma andiamo avanti ugualmente. Siamo dunque intorno alla Masseria Donna Lucrezia, in prossimità della provinciale Ceglie-Villa Castelli. E' un sito magico, questo, di frequentazioni continue. Dagli insediamenti paleolitici di 100.000 anni fa (con annessa autentica "industria della selce", sì la selce di cui sopra...) ai grandi cavalieri messapici costruttori di Specchie e di Paretoni. Ma molto tempo prima (nel solito Cretaceo Superiore) a Donna Lucrezia c'era un bel mare popolato di pesci Clupeidi (il "pesce azzurro", foto in alto a sinistra) Dercetidi (un individuo isolato è nella foto in basso) e qualche piccola tartaruga marina (foto in alto a destra). Non ci credete?



Ecco cosa ha trovato Marinosci nel marzo del 1996 "durante esplorazioni finalizzate alla ricerca e alla documentazione di nuovi ambienti ipogei": "Le lastre calcareo-selciose rivelarono dunque, ad una prima osservazione, la presenza sulla loro superficie di impronte di pesci insieme ad altre forme fossilizzate che provenivano certamente da un mare oramai scomparso e che si erano conservati solo grazie a particolari condizioni e a complessi processi chimici...In seguito, ricerche più accurate nella zona portarono alla scoperta di nuovi fossili. L'elenco comprende pesci appartenenti ad ordini primitivi, piccoli granchi, molluschi,bivalvi, gasteropodi di scogliera (nerinee), spugne calcaree ed i resti di un rettile. Si tratta delle vertebre costali e del piastrone appartenuti ad una piccola tartaruga marina che probabilmente morì non lontano dalla spiaggia dove era nata." E ancora: "I pesci rinvenuti a Donna Lucrezia appartengono all'ittiofauna tipica del Cretaceo superiore, la classe di appartenenza è quella dei Teleostei o pesci ossei. Gli ordini rappresentati sono quasi esclusivamente i Clupeiformi ed i Dercetiformi. Nel primo ordine si distingue la famiglia dei Clupeidi.Si tratta di pesci di dimensioni medio-piccole caratterizzati dall'abitudine di vivere a banchi cibandosi prevalentemente di  plancton e più raramente mangiano pesci più piccoli. Il loro habitat può essere sia la zona in prossimità del fondo marino che quello a pelo d'acqua. Prediligono frequentare il mare aperto. Forme caratteristiche attualmente viventi sono l'Aringa e la Sardina. I Dercetiformi, invece, sono un ordine che comprendeva formidabili pesci carnivori... predatori dal rapido scatto che avevano un lungo corpo affusolato e un grande sviluppo dell'osso premascellare che assumeva la forma di un lungo rostro atto ad infilzare le prede.,. Gli esemplari rinvenuti a Donna Lucrezia si distinguono per avere un rostro meno allungato e una serie di denti acuminati nella bocca. Alcuni Dercetidi rinvenuti presentano ancora nella regione addominale le loro prede costituite da piccoli Clupeidi inghiottiti per intero.Tra i pesci sono presenti anche esemplari non completi appartenenti probabilmente ad altri ordini dei Teleostei." Insomma c'era abbastanza pesce da rendere proficua l'apertura e l'attività di una pescheria..
Ma veniamo al pezzo da novanta (foto sotto) delle scoperte del Marinosci: la presunta orma tridattila di un teropode (presumibilmente un Ceratosauridae o un Coelurosauria di piccole dimensioni).


Riprendiamo le fila del resoconto dell'autore: "Una scoperta fatta a Donna Lucrezia potrebbe avvalorare il quadro paleoambientale fin qui delineato [il Marinosci si riferisce agli arcipelaghi di isolotti collegati da istmi di terra di cui si è fatta menzione sopra]. Qui, su un masso erratico di piccole dimensioni che doveva essere parte di una paleosuperficie è possibile notare la probabile impronta tridattila,lunga 12 cm e larga 7 cm, di un teropode o dinosauro carnivoro. L'attribuzione ad un'orma dei segni rilevabili sulla pietra necessita ovviamente una conferma scientifica. Aspettiamo, dunque, il pronunciamento degli esperti di icnologia fossile [branca della paleontologia che studia le orme fossili e ne deduce le caratteristiche e gli ambienti di vita degli organismi che le hanno lasciate] che hanno, nel frattempo, preso in esame il reperto. La presunta impronta dovette lasciarla il dinosauro con la sua zampa posteriore nella fanghiglia fresca mentre camminava su una paleospiaggia alla ricerca di pesci da predare. Purtroppo lo sconvolgimento della paleosuperficie, a causa del diffuso spietramento messo in atto nella zona nel recente passato, non permette di rivelare l'esistenza una pista cioè il ritrovamento di almeno tre impronte in sequenza appartenenti allo stesso individuo. Trattandosi del rinvenimento di una impronta unica non possiamo fare confronti attendibili con le orme di piccoli teropodi rinvenute nelle altre "isole" dell'Arcipelago europeo. Sappiamo che in Istria, un'area che faceva parte della piattaforma adriatica nel Cretaceo, è stata ottenuta la dimensione media delle orme della zampa posteriore di un teropode del Cenomaniano sulla base di un campione di oltre 350 esemplari. La dimensione media della lunghezza è risultata 20cm, mentre la larghezza è 10 cm. Rapportando questo dato con quell'unica orma che conosciamo per Donna Lucrezia, possiamo solo azzardare che è stata lasciata da un dinosauro più piccolo oppure da un giovane individuo". Ce n'è abbastanza da scomodare professoroni, non trovate? Per me (modestamente... dell'ambiente" ) una scoperta del genere ha il carattere dell'eccezionalità e della necessità di approfondimento.. E infatti ecco le Conclusioni del Marinosci:
"Gli ittioliti ritrovati sono stati consegnati alla Soprintendenza ai Beni Archeologici della Puglia. Una parte delle lastre fossilifere è stata sistemata a vista su un pannello allestito presso il Centro di Documentazione Archeologica della città di Ceglie Messapica, così che possa costituire un'arricchimento scientifico e culturale non solo per gli studiosi e per gli appassionati ma anche per il pubblico in genere. Le testimonianze fossili di Donna Lucrezia possono dare un piccolo contributo alla conoscenza della vita succedutasi nelle ere passate, infatti non è da escludere che tra gli esemplari rinvenuti ci siano specie non ancora classificate dai paleontologi. Inoltre, il ritrovamento delle orme fossili, perchè sicuramente altre ce
ne saranno oltre quella riconosciuta
, ci conferma che il territorio del Salento nel Cretaceo superiore era emerso in alcuni punti ed era testimone della dinamica evolutiva di alcune forme viventi, tra le più straordinarie comparse sulla Terra, che da li a poco si sarebbero estinte
.
"
Lungimirante, il Marinosci, ma troppo fiducioso della "sensibilità" altrui. E' vero, molte lastre fossilifere fanno bella mostra nel nostro Centro di Documentazione Archeologica, ma dell'orma tridattila che ne è stato? Ce lo dice un articoletto di PugliaPress del 07/12/2006
Insomma "L’esposizione permanente dell’impronta di dinosauro, arricchita da pannelli didattici esplicativi, avrebbe da sola attirato migliaia di visitatori sul Museo di Palazzo Ducale..". E allora io chiedo, che fine ha fatto l'orma tridattila? Saremo anche noi così miopi da lasciarci sfuggire una simile occasione? Spero di sbagliarmi, così come spero che in realtà l'orma sia custodita già presso il nostro museo (che non visito da un anno e mezzo circa). E qualora così fosse, cosa aspettiamo a dargli giusta pubblicità, ad avvalorare la ricchezza naturale che essa rappresenta?

Andrea Suma
venerdì, 28 marzo 2008

« Ma tu o Messapo domatore di cavalli...che nessuno né col ferro né col fuoco può abbattere... »

Supponiamo di trovarci nello Yucatan... Poniamo di essere avventurosi archeologi stile Indiana Jones (versione cinematografica romanzata di eccentrici personaggi tipo Hiram Bingham o Heinrich Schliemann)... Ora lasciamo perdere tutto ciò.. tuffiamoci invece nel Sud Est d'Italia, nel tacco orientale, pendici estreme dell'Altopiano Murgiano, confine ultimo di ciò che gli antichi chiamavano Soglia Messapica, la Puglia Iapigia... Oltre di essa e giù fino a Leuca, ecco il Salento... la terra dei Messapi. Popolo orgoglioso e che conosceva molto bene l'arte della guerra:

« Si racconta infatti che Minosse, giunto in Sicania (oggi detta Sicilia) alla ricerca di Dedalo, vi perì di morte violenta. Tempo dopo i Cretesi, indotti da un dio, tutti tranne quelli di Policne e di Preso, arrivarono in Sicania con una grande flotta e strinsero d'assedio per cinque anni la città di Camico (ai tempi miei abitata dagli Agrigentini). Infine, non potendo né conquistarla né rimanere lì, oppressi com'erano dalla carestia, abbandonarono l'impresa e se ne andarono. Quando durante la navigazione giunsero sulle coste della Iapigia, una violenta tempesta li spinse contro terra: le imbarcazioni si fracassarono e giacché non vedevano più modo di fare ritorno a Creta, fondarono sul posto una città, Iria, e vi si stabilirono cambiando nome e costumi: da Cretesi divennero Iapigi Messapi e da isolani continentali. Muovendo da Iria fondarono altre città, quelle che molto più tardi i Tarantini tentarono di distruggere le stesse, subendo una tale sconfitta da causare in quella circostanza la più clamorosa strage di Greci a nostra conoscenza, di Tarantini appunto e di Reggini. I cittadini di Reggio, venuti ad aiutare i Tarantini perché costretti da Micito figlio di Chero, morirono in tremila; i Tarantini caduti, poi, non si contarono neppure. Micito, che apparteneva alla casa di Anassilao era stato lasciato come governatore di Reggio ed è lo stesso che, scacciato da Reggio e stabilitosi a Tegea in Arcadia, consacrò a Olimpia numerose statue »
(Erodoto (VII, 170))

Si racconta, dunque, che da Oria (nell'attuale provincia di Brindisi) essi mossero i primi passi e che giunsero a fondare, secondo una tradizione orale (di cui mancano tuttavia prove definitive), una Dodecapoli Messapica. Dodici città-stato autonome che riconoscevano come capitale politico-amministrativa della federazione Oria, e come capitale militare Ceglie Messapica per la sua posizione strategica contro la nemica Taranto. Già, Ceglie o Kailia, come la chiamavano loro. I cegliesi hanno tuttora molto di quei Messapi: carattere testardo, combattivo, difficilmente assoggettabile al volere altrui. Peccato abbiano anche qualche difetto. Tra questi, io ritengo, il peggiore è la memoria corta.. anzi, cortissima... Può un paese di 20.678 anime (31-12-2006 ISTAT) dimenticarsi delle sue radici? E si badi, non radici medievali o moderne, ma radici classiche, arcaiche, legate ad una storia più vecchia di Roma e di cui il suo territorio serba meravigliose tracce. Ricordo che in Grecia da quattro mura (=pietrame ammassato) si sono ricostruite mitiche città (talora fantasticando, talaltra fonti e documentazione alla mano). E da noi, invece? Il nulla... Tombaroli, storici locali, amministrazioni comunali compiacenti e tanta (tantissima) ignavia dei cegliesi hanno consentito al tempo di cancellare buona parte di quella straordinaria memoria storica che è propria della nostra Terra.
Ne volete qualche prova? Bene, cominciamo..
Ha inizio il volo:




Quella in rosso a sinistra è la Specchia di Faccia Ascuata (SW di Ceglie Messapica, visibile a N e, sullo sfondo, il mar Adriatico). A destra la Specchia Pulledri... Per dettagli e curiosità rimando agli interventi dell'amico Domenico, che di queste cose ne sa molto più dello scrivente... Trovarle non è facile. Specialmente la prima. Ve ne sono diciotto tutt'attorno il vecchio centro di Kailia. Disperse nei terreni, spietrate per costruire muretti a secco, obliterate da boschi inaccessibili e, naturalmente, senza alcuna segnalazione od indicazione. Ma c'è sempre qualche buon contadino disposto a dare la dritta giusta... Volete vedere come Giuseppe Magno documentò fotograficamente la Specchia di Faccia Ascuata in un suo lavoro del 1967 ("Storia di Ceglie Messapica", Schena Editore)? eccola:

E oggi? Possibile sia scomparsa nel nulla? No, certo che no...


Basta solo cercarla... nel fitto bosco della leccieta e querceta nei dintorni della omonima masseria... E' imponente (si veda la persona in alto a sinistra a far da scala). Dal piano campagna alta circa 10-15 m (stimati ad occhio e tenuto conto del contorno boschivo) e con un diametro di 25 metri circa. Insomma, di certo non un puntino isolato...
Ma il buon Magno ci documenta anche l'esistenza di una cinta muraria di collegamento tra le varie specchie, oltre che di fortini (sì, fortini militari...) nelle vicinanze...



Di questi ultimi, ahimè, v'è traccia nella boscaglia... Ammassi di pietrame di cui risulta tuttavia ancora evidente una base circolare, mal conservata ed ormai aggredita dalla vegetazione... Non siete sazi? Continuamo...

In poco più di 40 anni s'è fatto dunque scempio di un patrimonio di inestimabile valore. Fossimo stati in Svezia, ci avrebbero fucilati (e con tutte le buone ragioni...).
E si potrebbe continuare ancora per un bel po'. Ma il Sadismo non è di casa, per cui torniamo ai nostri giorni. Ecco la Specchia di Capece (zona S-SE, lungo il confine tra Ceglie e Francavilla Fontana):


E' molto più agevole arrivarci, dal momento che di boscaglia qui non v'è ombra... Consiglio vivamente tuttavia la solita interrogazione al contadino locale. Vi ci indirizzerà in un baleno... L'agevole accessibilità ha reso la Specchia di Capece anche una tra le più colpite dalla furia "archeoclastica" (neologismo coniabile all'uopo) del cegliese, pur mostrando ancora la sua originaria imponenza. E' costruita su tre cortine di varia altezza (complessivamente si arriva sui 15-20 metri di altezza e 20-25 metri di diametro medio, data la forma subcircolare). La prima cortina dà ospitalità ad alcun allegri ulivi.... Non ci credete?



Sulla destra si nota il congiungimento ad un "punto triplo" di cinta muraria. Ma eccovi la specchia da altra prospettiva (dalla sua cima si domina un panorama incredibile: Ceglie, Francavilla ed Oria sembrano a due passi...).



Continua....
postato da andreafe alle ore marzo 28, 2008 12:14 | Permalink | commenti (13) / commenti (13) (pop-up)
categoria: natura, cultura, archeologia, storia, terra, passato, viaggi e miraggi, ceglie messapica, specchie, messapia, kailia

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