Memorie di viandanti senza meta

Appunti di viaggi più o meno reali nella tragica comicità della vita quotidiana. L'unico obiettivo è ricercare sé stessi scoprendo le proprie radici. Benvenuti viaggiatori d'ogni dove!
venerdì, 02 gennaio 2009

Cavità carsiche sedi di culto nelle Murge Sud-Orientali

"La sacralità di luoghi di culto è spesso correlata a soggetti naturali quali foreste, grandi alberi, monti, grotte ecc. Le grotte hanno rappresentato una soglia fra il mondo conosciuto e l'ignoto.... in tale area il secolare rapporto tra uomo e natura ha favorito il perdurare di suggestioni, anche religiose, alimentate dall'alone di mistero che circonda l'ambiente carsico". Così comincia l'abstract (ovvero il riassunto introduttivo) di una breve nota divulgativa pubblicata su Thalassia Salentina (rivista della Stazione di Biologia Marina di Porto Cesareo) nel vol. 26, suppl. (2003) ed intitolato "Cavità carsiche sedi di culto nelle murge sud-orientali: un patrimonio da salvaguardare"  (Manghisi, Vincenzo - Marsico, Antonella - Simone, Oronzo). Di per sè tale nota avrebbe valore di semplice curiosità per addetti ai lavori se non fosse che cita, a più riprese, il patrimonio storico-paesaggistico cegliese. A pag.273 si trova un'immagine significativa della Grotta di San Michele con una didascalia quanto meno esaustiva "Raffigurazioni sacre quasi illeggibili nella Grotta di San Michele, presso Ceglie Messapica. Molte delle pitture parietali in grotte adibite al culto sono scomparse, anche grazie ad atti di vandalismo".



I buoni propositi del nuovo anno io li ripongo nella speranza di riuscire a sensibilizzare maggiormente la cittadinanza cegliese attiva sull'inestimabile valore ambientale (specie, data la mia formazione, di carattere geologico-geomorfologico) del nostro territorio.
Appuntamento ai prossimi giorni...
venerdì, 04 aprile 2008

...Dinosauri a Ceglie?...

E' una storia che ha qualche milione di anni. Bisogna saper contare indietro nel tempo con notevole sforzo di ingegno e fantasia. Il tempo geologico fa questi scherzi. Immaginiamo di trovarci alle Bahamas, o lungo le coste del Golfo Persico... Sono cartoline da sogno, luoghi esotici che tutto vorremmo visitare almeno una volta nella vita... Eppure tutto questo esotismo era di casa nella Puglia del Cretaceo Superiore (un range temporale che va da 97 a circa 65 milioni di anni)... C'era tutto il tempo di costruire e godere di resort turistici
lungo le nostre coste. Peccato noi non ci fossimo ancora. Saremmo comparsi solo molto tempo  dopo....per fortuna...



Bene, la Piattaforma Apula (questo il nome "tecnico" che noi geologi diamo a tale elemento paleogeografico) era un insieme di "blocchi" di terraferma con lussureggiante vegetazione tropicale orlati da bracci di mare poco profondi (le chiazze azzurre che circondano le Bahamas nella foto sopra ne danno un'idea verosimile). E tale rimase l'assetto fisiografico della futura Puglia per "lungo" tempo, milioni e milioni di anni. Tecnicamente era proprio una piattaforma di tipo bahamiano... C'è chi sostiene che tutti questi isolotti fossero comunicanti tra loro attraverso brevi e stretti istmi di terra; chi li considera completamente autonomi ed isolati. Isolati ma non spopolati.. Accanto alla rigogliosa flora tropicale vi era un coacervo di vita, specialmente nei mari. Qualche "terribile lucertola" zompettava, invece, allegramente nell'interno degli isolotti, spadroneggiando e godendo di privilegi alimentari di una catena trofica tutto sommato abbastanza limitata (l'isolamento notoriamente è un limite alle risorse trofiche delle piramidi alimentari, specie per individui di taglia maggiore). Le Murge sudorientali, che oggi dominano le piane salentine digradando verso di esse con terrazzi di varia quota (testimonianza delle variazioni millenarie del livello medio del mare), erano dunque un vero paradiso della biodiversità. Come facciamo a dirlo? Ce lo raccontano le rocce, quelle "pietre calcaree" che hanno reso nota la nostra regione come la "Petrosa Puglia" e che costituiscono il materiale edile per eccellenza. La pietra di Trani, la pietra Leccese, le pietre "bucherellate" delle nostre zone, sono tutte state impiegate fin dal tempo dei Messapi (e ancor prima) per la costruzione di Mura, Tombe, Menhir, Dolmen, oltre che templi (prima pagani e poi cristiani) ed edifici d'uso civile. Eppure dentro quelle rocce c'è tutta la nostra personalissima storia. Una storia che a Ceglie ha un'epoca precisa, ed è il Cretaceo Superiore (a voler essere precisi restringeremmo al periodo Turoniano-Maastrichtiano). Chi conosce le campagne cegliesi sa che spietrare i grossi appezzamenti di terreno è un lavoro duro, durissimo. Le "pietre" sono ovunque, sparse e faticose da trasportare. Alcune hanno forme curiose, strani "buchi". Altre sono chiazzate, maculate. Sono brandelli di scogliere, di zone che un tempo (il Cretaceo Superiore, appunto) punteggiavano le coste degli isolotti dove maggiore era il dinamismo del mare. Queste scogliere erano "edificate" dalle Rudiste, abbondanti all'epoca come oggi possono esserlo mitili & Co. Con la sola differenza che esse morirono assieme ai dinosauri ed oggi, ahimè, siamo privati del piacere di trovarle in un buon piatto di spaghetti allo scoglio... Hanno forme varie, allungate, alcune a corno, altre più tozze. La Strada dei Colli della vicina Ostuni ne preserva esemplari decimetrici,  così come la volta della Grotta di Montevicoli ne mostra qualche bell'esemplare. Erano incrostanti e costruivano, vivendo in colonie ravvicinate, impalcature resistenti al moto ondoso. Laddove il mare era più tranquillo, meno agitato, vivevano pesci. Gradivano sia la vita nei mari aperti che la tranquillità dei fondali sabbiosi, una sabbia calcarea molto fine, che ha prodotto quelle belle rocce biancastre (meglio visibili nelle cave) molto usate nell'edilizia. La fossilizzazione è un'evento fortuito, si badi, per cui il ritrovamento di pesci fossili gode evidentemente del carattere d'eccezionalità. Tuttavia, nelle suddette lastre calcaree si rinvengono, con molta frequenza, dei noduli di vario colore (tipicamente nocciola o rossastro, nelle nostre zone). Tali noduli sono di selce (una roccia sedimentaria fatta di silice che può formarsi in condizioni e modalità differenti) e derivano talora dalla decomposizione di materiale organico (per esempio pesci...). Quando ciò accade ecco venir alla luce resti di ittiofauna (celebre è ad esempio la "Pesciaia di Bolca", nell'alto veronese)....A questo punto la nostra storia diventa più chiara, abbandona le vie prolisse e confusionarie delle righe di cui sopra e si concentra maggiormente su una contrada cegliese... Ci accompagna (virtualmente) nel viaggio Nicola Marinosci, del Centro Documentazione Grotte di Martina Franca. E ci racconta di questa storia in un articolo apparso sul bollettino del Centro martinese di qualche anno fa: "Sul rinvenimento di calcari ittiolitici e di una probabile impronta di dinosauro teropode del Cretaceo Superiore in località Donna Lucrezia a Ceglie Messapica (Brindisi)". Il dono della sintesi scientifica sta tutto nel titolo. Potrei smettere di raccontare e sono più che sicuro che il resto della
faccenda sarebbe chiaro...
Ma andiamo avanti ugualmente. Siamo dunque intorno alla Masseria Donna Lucrezia, in prossimità della provinciale Ceglie-Villa Castelli. E' un sito magico, questo, di frequentazioni continue. Dagli insediamenti paleolitici di 100.000 anni fa (con annessa autentica "industria della selce", sì la selce di cui sopra...) ai grandi cavalieri messapici costruttori di Specchie e di Paretoni. Ma molto tempo prima (nel solito Cretaceo Superiore) a Donna Lucrezia c'era un bel mare popolato di pesci Clupeidi (il "pesce azzurro", foto in alto a sinistra) Dercetidi (un individuo isolato è nella foto in basso) e qualche piccola tartaruga marina (foto in alto a destra). Non ci credete?



Ecco cosa ha trovato Marinosci nel marzo del 1996 "durante esplorazioni finalizzate alla ricerca e alla documentazione di nuovi ambienti ipogei": "Le lastre calcareo-selciose rivelarono dunque, ad una prima osservazione, la presenza sulla loro superficie di impronte di pesci insieme ad altre forme fossilizzate che provenivano certamente da un mare oramai scomparso e che si erano conservati solo grazie a particolari condizioni e a complessi processi chimici...In seguito, ricerche più accurate nella zona portarono alla scoperta di nuovi fossili. L'elenco comprende pesci appartenenti ad ordini primitivi, piccoli granchi, molluschi,bivalvi, gasteropodi di scogliera (nerinee), spugne calcaree ed i resti di un rettile. Si tratta delle vertebre costali e del piastrone appartenuti ad una piccola tartaruga marina che probabilmente morì non lontano dalla spiaggia dove era nata." E ancora: "I pesci rinvenuti a Donna Lucrezia appartengono all'ittiofauna tipica del Cretaceo superiore, la classe di appartenenza è quella dei Teleostei o pesci ossei. Gli ordini rappresentati sono quasi esclusivamente i Clupeiformi ed i Dercetiformi. Nel primo ordine si distingue la famiglia dei Clupeidi.Si tratta di pesci di dimensioni medio-piccole caratterizzati dall'abitudine di vivere a banchi cibandosi prevalentemente di  plancton e più raramente mangiano pesci più piccoli. Il loro habitat può essere sia la zona in prossimità del fondo marino che quello a pelo d'acqua. Prediligono frequentare il mare aperto. Forme caratteristiche attualmente viventi sono l'Aringa e la Sardina. I Dercetiformi, invece, sono un ordine che comprendeva formidabili pesci carnivori... predatori dal rapido scatto che avevano un lungo corpo affusolato e un grande sviluppo dell'osso premascellare che assumeva la forma di un lungo rostro atto ad infilzare le prede.,. Gli esemplari rinvenuti a Donna Lucrezia si distinguono per avere un rostro meno allungato e una serie di denti acuminati nella bocca. Alcuni Dercetidi rinvenuti presentano ancora nella regione addominale le loro prede costituite da piccoli Clupeidi inghiottiti per intero.Tra i pesci sono presenti anche esemplari non completi appartenenti probabilmente ad altri ordini dei Teleostei." Insomma c'era abbastanza pesce da rendere proficua l'apertura e l'attività di una pescheria..
Ma veniamo al pezzo da novanta (foto sotto) delle scoperte del Marinosci: la presunta orma tridattila di un teropode (presumibilmente un Ceratosauridae o un Coelurosauria di piccole dimensioni).


Riprendiamo le fila del resoconto dell'autore: "Una scoperta fatta a Donna Lucrezia potrebbe avvalorare il quadro paleoambientale fin qui delineato [il Marinosci si riferisce agli arcipelaghi di isolotti collegati da istmi di terra di cui si è fatta menzione sopra]. Qui, su un masso erratico di piccole dimensioni che doveva essere parte di una paleosuperficie è possibile notare la probabile impronta tridattila,lunga 12 cm e larga 7 cm, di un teropode o dinosauro carnivoro. L'attribuzione ad un'orma dei segni rilevabili sulla pietra necessita ovviamente una conferma scientifica. Aspettiamo, dunque, il pronunciamento degli esperti di icnologia fossile [branca della paleontologia che studia le orme fossili e ne deduce le caratteristiche e gli ambienti di vita degli organismi che le hanno lasciate] che hanno, nel frattempo, preso in esame il reperto. La presunta impronta dovette lasciarla il dinosauro con la sua zampa posteriore nella fanghiglia fresca mentre camminava su una paleospiaggia alla ricerca di pesci da predare. Purtroppo lo sconvolgimento della paleosuperficie, a causa del diffuso spietramento messo in atto nella zona nel recente passato, non permette di rivelare l'esistenza una pista cioè il ritrovamento di almeno tre impronte in sequenza appartenenti allo stesso individuo. Trattandosi del rinvenimento di una impronta unica non possiamo fare confronti attendibili con le orme di piccoli teropodi rinvenute nelle altre "isole" dell'Arcipelago europeo. Sappiamo che in Istria, un'area che faceva parte della piattaforma adriatica nel Cretaceo, è stata ottenuta la dimensione media delle orme della zampa posteriore di un teropode del Cenomaniano sulla base di un campione di oltre 350 esemplari. La dimensione media della lunghezza è risultata 20cm, mentre la larghezza è 10 cm. Rapportando questo dato con quell'unica orma che conosciamo per Donna Lucrezia, possiamo solo azzardare che è stata lasciata da un dinosauro più piccolo oppure da un giovane individuo". Ce n'è abbastanza da scomodare professoroni, non trovate? Per me (modestamente... dell'ambiente" ) una scoperta del genere ha il carattere dell'eccezionalità e della necessità di approfondimento.. E infatti ecco le Conclusioni del Marinosci:
"Gli ittioliti ritrovati sono stati consegnati alla Soprintendenza ai Beni Archeologici della Puglia. Una parte delle lastre fossilifere è stata sistemata a vista su un pannello allestito presso il Centro di Documentazione Archeologica della città di Ceglie Messapica, così che possa costituire un'arricchimento scientifico e culturale non solo per gli studiosi e per gli appassionati ma anche per il pubblico in genere. Le testimonianze fossili di Donna Lucrezia possono dare un piccolo contributo alla conoscenza della vita succedutasi nelle ere passate, infatti non è da escludere che tra gli esemplari rinvenuti ci siano specie non ancora classificate dai paleontologi. Inoltre, il ritrovamento delle orme fossili, perchè sicuramente altre ce
ne saranno oltre quella riconosciuta
, ci conferma che il territorio del Salento nel Cretaceo superiore era emerso in alcuni punti ed era testimone della dinamica evolutiva di alcune forme viventi, tra le più straordinarie comparse sulla Terra, che da li a poco si sarebbero estinte
.
"
Lungimirante, il Marinosci, ma troppo fiducioso della "sensibilità" altrui. E' vero, molte lastre fossilifere fanno bella mostra nel nostro Centro di Documentazione Archeologica, ma dell'orma tridattila che ne è stato? Ce lo dice un articoletto di PugliaPress del 07/12/2006
Insomma "L’esposizione permanente dell’impronta di dinosauro, arricchita da pannelli didattici esplicativi, avrebbe da sola attirato migliaia di visitatori sul Museo di Palazzo Ducale..". E allora io chiedo, che fine ha fatto l'orma tridattila? Saremo anche noi così miopi da lasciarci sfuggire una simile occasione? Spero di sbagliarmi, così come spero che in realtà l'orma sia custodita già presso il nostro museo (che non visito da un anno e mezzo circa). E qualora così fosse, cosa aspettiamo a dargli giusta pubblicità, ad avvalorare la ricchezza naturale che essa rappresenta?

Andrea Suma
martedì, 09 ottobre 2007

Tragiche ricorrenze

Il 9 ottobre di 44 anni orsono si compiva una delle più grandi sciagure che avrebbero segnato la storia civile della giovane repubblica italiana, la frana del Vajont. La cronaca di una tragedia annunciata, scrissero i giornali del tempo, e molto è stato detto, dibattuto e teatralizzato. E' una vicenda che mi tocca da vicino, avendo trascorso molto tempo a studiare la geologia di quel meraviglioso territorio, a cavallo tra Veneto e Friuli, dove paesini distanti pochi kilometri parlano lingue diverse ma condividono la stessa ospitalità e la stessa indomita laboriosità.. Uno dei protagonisti di quella vicenda, Edoardo Semenza, è stato un importante docente del mio ateneo, a Ferrara. E' morto da non molto tempo, ma la sua mancanza si fa sentire...



Ecco la ricostruzione interattiva da Repubblica.it odierna

e uno stralcio dell'indimenticabile lavoro di Marco Paolini, una meteora nella televisione spazzatura d'oggigiorno


postato da andreafe alle ore ottobre 09, 2007 18:05 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
categoria: natura, italia, scienza, montagna, attualità, geologia, vajont

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In perenne ricerca del nuovo, del diverso, il viandante senza meta scopre solo dopo lungo peregrinare la sua reale destinazione...Si rende conto che dell'albero della vita ha sempre guardato il tronco e la chioma, dimenticandone la parte vitale: le Radici....


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